comunicazione non verbale

COMUNICAZIONE NON VERBALE

 

  • CANALE VOCALE-UDITIVO

Il sistema verbale non esaurisce il potenziale espressivo del linguaggio parlato.

  • Componente verbale del parlato: parole combinate tra loro secondo regole grammaticali
  • Componente non verbale del parlato o paraverbale: elementi non verbali del parlato
    • Le pause
    • Il volume
    • La velocità, il ritmo
    • Il tono

 

  • CANALE CINESICO-VISIVO (LINGUAGGIO DEL CORPO)
    • Espressioni del viso
    • Sguardo
    • Respirazione e battito cardiaco
    • Movimenti di parti del corpo (gesti delle mani/braccia, cenni del capo, inclinazione della testa, movimenti di gambe e piedi, ricerca di contatto fisico)
    • Movimenti del corpo nello spazio
      • Postura (verticalità, orizzontalità, spostamenti di peso)
      • Orientazione
      • Distanza (prossemica: distanza intima 50-60 cm, distanza personale 120-150 cm, distanza sociale 300 cm, distanza pubblica > 300 cm)

Poiché le interazioni vengono stabilite/sostenute/interrotte attraverso segnali non verbali, ciò̀ che viene percepito di un discorso verbale è influenzato in modo significativo dal comportamento non verbale, ossia da pensieri, sentimenti e emozioni veicolati attraverso i gesti, le espressioni facciali, la postura e il contatto fisico.

Va tenuto presente che alcuni psicologi hanno dedotto che i gesti oltre ad avere una funzione comunicativa servono a richiamare alla mente memorie motorie che aiutano a elaborare sotto diversi punti di vista quello di cui parliamo: faremo infatti un movimento che richiama lo schema motorio d’uso dell’oggetto/concetto o la sua forma o almeno lo accenneremo. Wartenburgera, Kühnb e altri hanno così ipotizzato che l’impiego delle gesticolazioni, non solo sia lo specchio di quanto avviene nell’immaginazione, ma che siano parte integrante del processo di risoluzione dei problemi, almeno di quelli che comportano una rappresentazione visiva. Da numerosi esperimenti è emerso che le persone più creative fanno maggiore uso di questa tipologia di gesti.

 

Il linguaggio del corpo, conosciuto e studiato sotto l’etichetta di “comunicazione non verbale“, ha un peso decisivo in tutti gli scambi comunicativi.

Si stima che il corpo sia determinante in almeno il 70% (fino al 90%) del messaggio trasmesso. Le parole, dunque, rappresentano solo una piccolissima porzione della comunicazione che si alimenta, in gran parte, di cose non dette, di respirazione, di tatto, di toni di voce, gestualità e postura.

Le forme espressive del corpo si attivano, quasi sempre, al fuori del controllo cosciente.

I segnali partono dal nostro corpo e sono interpretati dal cervello di chi li riceve in modo del tutto inconsapevole.

L’antropologo Albert Mehrabian ha stabilito che solamente il 7% di tutte le informazioni che ci arrivano da un discorso passa attraverso le parole; il restante, che è comunicazione non verbale, si divide in: 38% che ci perviene dal modo di articolare la voce e 55% che arriva dai segnali di mani, braccia, gambe, piedi…

La comunicazione non verbale vale in ogni parte del mondo o é condizionata dalla cultura?

Esiste una comunicazione non verbale che è comune a tutti: passarsi la lingua sulle labbra è ovunque un segno di gradimento; sfregarsi il naso è invece un segno di stizza. Anche le espressioni facciali che segnalano paura, gioia, tristezza, rabbia, disgusto, stupore sembra abbiano una base biologica e quindi non siano apprese. Alcuni gesti invece hanno una base culturale.

 

Quando leggiamo il corpo non dobbiamo però soffermarci su un singolo gesto: quello che viene espresso in modo non verbale infatti è più simile ad un concerto che un assolo. Questo vuol dire per prima cosa che un messaggio riverbera in più parti del corpo; per esempio, l’ansia può essere riflessa nell’aumento del ritmo di ammiccamento, in un’ alterazione del respiro e in abbassamento del tono di voce.

Inoltre, i segnali del corpo possono agire in accordo, in disaccordo o contribuire in “coro” al messaggio globale.

Una disarmonia si osserva quando alcuni segmenti del corpo contraddicono il senso trasmesso da una altra parte. Questo succede perché alcune regioni del corpo sono maggiormente sotto il nostro controllo; mentre altre lo sfuggono.

Così teniamo sott’occhio e “supervisioniamo” buona parte della mimica facciale e della gestualità; al contrario, non sappiamo in genere cosa stanno facendo i nostri piedi. Più in generale, abbiamo un certa consapevolezza del corpo fino al bacino e siamo poco coscienti di quello che accade da sotto la cintura in giù.

Inoltre, abbiamo piuttosto presente quello che facciamo con il lato destro (controllato dalla parte della corteccia frontale sinistra del cervello, la più calcolatrice); per contro, molte cose ci possono sfuggire con il lato sinistro (controllato dalla parte della corteccia frontale destra del cervello, la più emozionale) .

 

Alle volte, un segnale non dice granché se preso di per sé, ma assume valore se accompagnato da un’espressione facciale o da altri comportamenti: così, per esempio grattarsi lo zigomo, ad esempio, non ci dice molto; ma se contemporaneamente il volto viene piegato di lato, significa fastidio, perplessità o disappunto.

Altre volte, uno stesso segnale può avere addirittura significati diversi a seconda della “cornice” in cui é inserito: muovere la lingua sulle labbra indica in genere piacere, ma se le sopracciglia sono sollevate e unite è indice d’ansia.

Un altro errore comune nell’interpretare i segnali non verbali sta nel trascurare lo stimolo: passarsi una mano fra i capelli guardando qualcuno o mentre quest’ultimo affronta un certo argomento, ne cambia completamente il senso: nel primo caso è attrazione; nel secondo, curiosità o interesse per quello che viene detto.

Alcuni di noi sono più consapevoli di quello che comunicano con il corpo, altri meno; così, è stato dimostrato che le donne hanno una discreta familiarità con i segnali che esprimono; lo stesso vale per gli attori o per chi, per motivi di lavoro (venditori ecc.) deve sviluppare un particolare intuito per questa dimensione della comunicazione.

La nostra espressività corporea dipende anche dalla nostra personalità e dal nostro stato d’animo:

una persona piuttosto fredda, analitica e “asettica” o distaccata emette messaggi non verbali piuttosto ridotti, proprio perché dispone di un alto autocontrollo. Sull’altro versante le persone emotive, che appaiono “libri aperti”, non riescono a frenarsi anche desiderandolo.

 

Il linguaggio del corpo è l’insieme dei segnali che si dividono in:

  • Emblemi: il segnale dell’Ok o dell’autostop, culturalmente determinati.
  • Segnali universali: sono quelli condivisi da tutti e che rivelano le emozioni.
    Tutti questi segnali rivelano emozioni positive o negative.

Segnali positivi e di piacere:

  • l’inumidirsi o leccarsi le labbra o sporgere le labbra – inclinare il busto in avanti, sporgersi o orientare il corpo verso l’interlocutore – il toccarsi o accarezzarsi i capelli – sollevare il piede o le mani – tenere un dito vicino o appoggiato alla bocca (soprattutto se dischiusa) – dilatare le pupille

Segnali negativi o di rifiuto:

  • sfregarsi o toccarsi il naso – accavallare le gambe – togliersi una secrezione lacrimale – stare a braccia conserte – grattarsi lo zigomo – fingere di togliere le briciole dalla giacca – appoggiare un dito trasversalmente alla bocca chiusa con energia – spingere l’indice contro il labbro inferiore – orientare i piedi in direzione diversa dall’interlocutore

Segnali di tensione:

  • abbassare il tono di voce – schiarirsi la gola – muovere i piedi – sbattere velocemente le palpebre – inumidirsi le labbra con un guizzo veloce della lingua (soprattutto l’inferiore) – lanciare lo sguardo verso la porta d’uscita – da seduti mettere le mani sui braccioli e portare il busto in avanti come per alzarci

Tutti questi segnali sono prodotti in modo involontario e inconsapevole.

 

Verticale

Spina dorsale allungata: superiore

Spina dorsale curva: inferiore

Definisce la gerarchia. In caso di conflitto si cerca di occupare il maggior spazio possibile con la spina dorsale. Ci si può mostrare alla pari, inferiori o superiori. Questo atteggiamento rispecchia l’idea che abbiamo di noi e dell’altro. In alto si ordina, in basso si chiede.

Peso

Su: allegria

Giù/pesante: tristezza

Indietro: stravaccato, pigrizia, fastidio relazionale

Avanti: prontezza, presenza, gradimento relazionale

Tensione muscolare

Contrazione: pronto all’azione

Decontrazione: rilassamento

 

Sul fronte dello stato d’animo: se le nostre emozioni sono molto intense, facciamo fatica a trattenerle. Se siamo in ansia, ad esempio, il nostro corpo “intona” una vera e propria e sinfonia: abbiamo tic involontari al volto, la nostra vena giugulare sul collo si ingrossa e pulsa in modo evidente, le nostre mani artigliano l’aria, cambiamo spesso la posizione del corpo e muoviamo ritmicamente i piedi, aumenta l’ammiccamento delle palpebre.

Chi è ansioso di indole o teme il giudizio degli altri, in quei momenti suda (nei palmi delle mani soprattutto), si muove nervosamente sulla sedia, ha difficoltà a tenere lo sguardo dell’interlocutore; anche il modo di toccare se stessi indica un’agitazione eccessiva. Chi è ansioso tende a stropicciarci in modo insistito la pelle, specie del volto.

Anche la voce può tradire questo stato d’animo; diventa infatti più stridula e soffocata. Il timbro e il volume della voce possono essere un parametro importante: chi è a proprio agio o vuole mostrare di esserlo, ha un tono più pieno, sonoro e nel parlare esibisce qualche decibel sopra la media.

Anche il modo di guardare mentre si parla delle proprie esperienze o della propria preparazione è molto variabile: le persone più competenti e sicure di sé guardano spesso l’altro negli occhi mentre parlano.

Assumere una postura fortemente condizionata da uno stato emotivo intenso può in alcune circostanze influire negativamente sulla prima impressione: postura raccolta, testa incassata tra le spalle, tamburellare con le dita sul tavolo, pizzicarsi uno zigomo, o manipolare oggetti sono segnali che comunicano disagio.

 

Come possiamo intuire se l’interlocutore è interessato a quello che diciamo?  

Quando qualcuno è colpito dalle nostre parole o dai nostri argomenti, possiamo notare segnali involontari che lasciano trapelare il suo interesse. Se l’altro è seduto, può inclinare il busto in avanti mentre affrontiamo un certo tema: quanto più è interessato, tanto più la sua muscolatura apparirà tesa e scattante, saranno assenti posizioni di chiusura di braccia e gambe, le palpebre saranno normalmente aperte e non abbassate.

Se un argomento risulta molto piacevole, l’interlocutore potrà comportarsi come se si trovasse di fronte ad un cibo piuttosto gustoso o ad una persona che trova attraente: potrà così leccarsi le labbra, passarsi la mano fra i capelli. Quello che ci fa capire che l’interesse non è rivolto a noi, ma a quello che diciamo è il fatto che l’atto viene eseguito immediatamente dopo una parola o un argomento che abbiamo esposto (in genere, passa circa un secondo fra lo stimolo e la reazione).

Se l’altro è in piedi avrà la tendenza ad avvicinarsi e a mantenere i piedi rivolti verso di noi. Saranno assenti gesti di chiusura come le braccia conserte e/o le gambe strettamente incrociate con il piede sollevato rigido, avrà la tendenza a guardarci negli occhi e a non rivolgere lo sguardo verso la direzione di uscita, se molto interessato all’arrivo di altri non aprirà il cerchio per permettere al terzo di inserirsi.

 

La più estesa ricerca condotta su individui dotati di una grande fiuto a comprendere cosa “passa nella testa” dei propri interlocutori (messa a punto da Paul Ekman e Mark Frank) ha dato prova che questi talenti usavano l’intuito e non un processo “intellettuale” per rendersi conto ad esempio se l’altro stesse mentendo o provando un determinato impulso.

  • Possiamo condividere il senso delle azioni, sensazioni, emozioni degli altri perché condividiamo i meccanismi nervosi che presiedono alle nostre medesime azioni, sensazioni, emozioni. Nel sistema dei neuroni specchio è possibile identificare uno dei substrati biologici dell’empatia, cioè della possibilità di avere delle emozioni altrui un’esperienza dall’interno, come se fossero provate in prima persona. La comprensione immediata, basata sui neuroni specchio è solo un primo passo verso la compartecipazione empatica completa, che è possibile solo grazie all’attivazione di altre aree del cervello, tra le quali l’insula e i suoi collegamenti con il sistema limbico, l’area di Broca (linguaggio), e altre aree corticali. Quella dei neuroni specchio è una “risonanza non mediata”, che Gallese definisce “simulazione”, simulazione non intenzionale né cognitiva.
    L’insula è specializzata soprattutto nella percezione delle sensazioni interiori del corpo: l’interocezione (A. D. Craig). La ricerca ha dimostrato che chi è in sintonia con i propri segnali corporei interni è anche capace di rappresentare dentro di sé le sensazioni che provano gli altri: questo fenomeno è conosciuto dalla psicologia come “empatia”, cioè come la capacità di «mettersi nei panni degli altri» e di condividerne pene ed entusiasmi.