Il processo evolutivo ha un termine? E’ un’illusione pensare che si tratti di un processo interminabile?
Tempo e parola
In questo tempo dell’origine dell’esistenza c’è la parola, che dalla fine del primo anno di vita ci permette di nominare, di comunicare. C’è la parola, quello strumento, potente o inutile in funzione dell’utilizzo che ne facciamo, dal cui uso genitoriale dipende la costruzione della capacità del bambino di sentirsi in diritto di dire e di chiedere nel corso della propria vita.
In genere il tutto inizia con il gesto dell’indicare e con un altro che nomina, iniziamo nominando persone e cose, monosillabi che, se c’è fortuna, strappano un sorriso, domande, attenzione.
E’ in questo semplice gesto di nominare che riceve attenzione e cura che costruiamo il nostro futuro permesso di parlare, chiedere, ascoltare. E’ nella risposta incorporata dell’altro, fatta di sguardi, espressioni, gesti, postura e anche certamente di parole che impariamo ad avere diritto di parola e la capacità di ascoltare.
Le parole diventano lentamente richieste, espressioni di un bisogno che muove l’altro a soddisfarci, qui si costruisce il senso di efficacia, la sensazione di avere il potere di modificare la realtà secondo i nostri bisogni attraverso la parola.
Mamma acqua! Se la mamma risponde orgogliosa e sorridente: Hai sete? E porta acqua. Il bambino impara cosa sia la sete, simbolizza un insieme di sensazioni del corpo in un’unica potente parola che, in due semplici sillabe, riassume innumerevoli sensazioni del corpo, che traduce i segnali del corpo in un bisogno che l’atto della parola trasforma nel potere di muovere l’altro a placare il bisogno.
Sembra un processo semplice ma spesso non va così, va in altri modi, la parola appare ma non viene accolta con gioia, o distorta, o associata a sensazioni sgradevoli connesse alle espressioni corporee dell’altro o confusa nel flusso troppo complesso del discorso.
E qui allora si inscrive la mancata consapevolezza dei bisogni, l’impotenza, la mancata acquisizione del sacrosanto diritto a dire, a chiedere, a ottenere, a dare significato al proprio sentire, del diritto del bambino di sentirsi onnipotente.
Qui c’è la radice della possibilità o impossibilità di dare un senso al proprio mondo interno, ai bisogni, alle emozioni, ai sentimenti, all’umore. Qui c’è la radice del volere e potere ascoltare.
Quando un bambino è arrabbiato, per qualunque ragione, una madre può fare tante cose, ma soltanto una, su tutte, può consentire al bambino di capire ciò che sta provando, una semplice domanda: Sei arrabbiato? Non un’affermazione, una domanda. Una domanda che consente di associare una parola alle sensazioni del corpo e della mente connesse alla rabbia. E piano piano, impara la rabbia, sa di essere arrabbiato. Se chiediamo a questo bambino, che già nomina la rabbia, che cosa gli stia succedendo, impara a narrare una storia della sua rabbia, costruisce un senso a ciò che accade, al suo stato mentale, associa sensazioni e le elabora con il verbale, il più delle volte placandosi. Il bambino può rispondere semplicemente: Sono arrabbiato perché voglio giocare! E la mamma risponde: Capisco che tu sia arrabbiato perché vorresti giocare, ma adesso è ora di cena. Hai fame?
Questo processo di nominare, validare ed elaborare le diverse emozioni e bisogni, consente al bambino di legittimare implicitamente il proprio mondo emotivo e i propri bisogni come dotati di valore e senso, di imparare progressivamente a modularli, tenendo conto che lo sviluppo dei circuiti cerebrali deputati si conclude nella prima età adulta.
Da questi primi passi si va costruendo, a partire dal temperamento (energia, sensibilità, reattività), l’identità come organizzatore della conoscenza che guida il soggetto nel dare significato a se stesso e al mondo, a costruire aspettative e a sviluppare stati mentali e corporei ricorrenti di fronte agli eventi.
Tempo e limiti
Il bambino esplora, è una spinta naturale che si attiva già nel momento in cui usa lo sguardo per osservare il mondo circostante, il tatto per sentirlo, l’udito per ascoltarlo, il gusto per assaporarlo, spinta che si amplifica quando si attiva la capacità di muoversi. E’ un motore interno che ci muove fin dall’inizio della vita ed è il medesimo che in pre-adolescenza si manifesta con più evidenti richieste di autonomia: scelgo come mi vesto, scelgo che cosa fare del mio tempo e come organizzarlo, scelgo momenti di solitudine, scelgo i compagni di gioco, scelgo quando farmi consolare e quando stare solo con i miei pensieri.
Ma questo processo di esplorazione e costruzione dell’autonomia si può sviluppare pienamente solo se l’altro concede spazio a questo impulso senza voler controllare, solo se si è stati e si è esposti a limiti, regole, confini, piccole frustrazioni, errori e riparazioni che consentono il progressivo abbandono dell’onnipotenza infantile.
La funzione genitoriale in pre-adolescenza consiste nel continuare a definire limiti e confini chiari e pieni di senso, nell’esserci senza interferire, nel garantire sicurezza consentendo l’errore, nel dare vicinanza quando richiesta, nel permettere insomma l’esplorazione senza farsi sopraffare dall’ansia, contenendo l’impulso a iper-proteggere per non esporre il bambino alla frustrazione o all’opposto mancando di porre regole e limiti lasciandolo nella confusione e nel caos.
Proprio in questa fase, tra esplorazione, errori e confronto con i limiti il bambino apprende la modulazione dei propri stati interni, che in una crescita funzionale sono sempre più presenti e chiari nella coscienza, stati che è in grado di nominare, di elaborare in storie sempre più complesse e cariche di senso e significato.
La misura del limite, per il genitore, sta fondamentalmente nel garantire la sicurezza, proteggere da pericoli reali. Il genitore può provare ansia, quest’ansia può interferire con il bisogno di esplorazione del figlio. Se il genitore sta sulla sua ansia e non coglie queste spinte all’autonomia come funzionali alla crescita, controllandolo, priva il bambino della possibilità di sperimentare e testare i suoi desideri, i suoi impulsi, di sbagliare, riparare e gestire la frustrazione; del resto il genitore che non sa dire no, priva il figlio di un contenitore dotato di senso e il bambino rischia di perdersi nell’assoluta libertà che lo espone a rischi fisici ed esistenziali o a frustrazioni intollerabili.
Tempo e confronto con l’altro
In adolescenza l’altro non è più soltanto un compagno di gioco, ma una misura, un soggetto di confronto per determinare il proprio valore, per capire chi si è. Ci si può sentire diversi, esclusi, soli, per la prima volta, ad affrontare le continue stimolazioni del mondo esterno e del proprio mondo interno, in assenza di figure protettive e consolatorie sempre presenti al proprio fianco.
Questo è anche il tempo dell’espressione delle proprie visioni, della sperimentazione dei propri sentimenti di amicizia e affettività di coppia, il momento dell’appartenenza a gruppi, delle prime letture scelte in autonomia, della partecipazione ai social, delle scelte scolastiche.
La parola, così come è maturata nella mente del soggetto nella relazione con i genitori, può consentire una comunicazione aperta ed efficace o bloccarsi sotto la spinta della vergogna e della paura di esporsi, di mostrare i propri pensieri, sentimenti e bisogni talvolta inconsapevoli perché mai nominati e legittimati o mai contenuti.
Il gruppo spinge alla conformità, il pensiero autonomo alla libera espressione di sé, questo alternarsi di forze opposte fa emergere emozioni contrastanti: gioia, orgoglio, condivisione, confronto, paura, vergogna, rabbia, vuoto.
In adolescenza si costruisce e si consolida l’identità della persona tra confronto, sperimentazioni, prestazioni scolastiche, prestazioni sportive, appartenenze, relazioni amorose e amicali, conflitti con i genitori e le figure di riferimento, con in dotazione un cervello ancora in formazione, in cui non sono completamente strutturate le aree deputate all’autoregolazione emotiva, ecco allora i picchi emotivi, i cambi repentini di umore, le chiusure o le aperture improvvise.
E’ proprio adesso che la persona può iniziare a modulare il proprio mondo emotivo in una sorta di auto-cura con sostanze, cibo, dipendenze comportamentali, evitamenti, isolamento, disregolazione emotiva o possono manifestarsi segni evidenti di un disagio psicologico vero e proprio.
Tempo, silenzio e sogno
Tra la fine dell’adolescenza e la prima età adulta, il confronto con l’università o il mondo del lavoro porta il soggetto a confrontarsi con l’immensità del sapere specifico di una determinata disciplina, questa esperienza può condurre al confronto con il limite delle proprie conoscenze e porlo in una condizione di ascolto e apprendimento che contrasta con l’esuberanza di visioni e pensieri dell’adolescenza. Nel silenzio, nella consapevolezza della propria ignoranza, sta la radice della curiosità, del porsi in ascolto, del dubbio, del non avere ancora una posizione precisa di fronte al mondo che si sta attraversando e conoscendo.
Si incontrano maestri, mentori, capi che possono ispirarci o inibirci nel nostro percorso di scoperta.
E’ il tempo delle domande più che delle risposte, il tempo in cui si scopre il valore di una domanda ben posta, dove nasce la consapevolezza che spesso le risposte sono molteplici, che la realtà è complessa, che non vi è nulla di definitivo, ma che la conoscenza è dinamica e in continua evoluzione; è il crollo delle certezze, dei punti fermi è l’inizio della costruzione di mappe per orientarsi nella complessità.
L’identità del soggetto, che in adolescenza si delinea con tratti che si fanno sempre più stabili, può essere messa in crisi di fronte alle prove, di fronte al disgregarsi di una visione semplicistica del mondo e della conoscenza.
La persona si trova a dover immaginare dove e come porsi nel mondo, quale funzione assolvere, prefigurando la propria autonomia economica e relazionale.
Qui si mettono le basi del proprio futuro di adulti, quello che faremo, quanto guadagneremo, se il nostro lavoro sarà appagante o alienante, con chi avremo relazioni, se e con chi avremo figli, le nostre appartenenze. Tra impegno e rinuncia, tra conformismo e autenticità si gioca il futuro del soggetto.
Le prime esperienze di vita giocano un ruolo cruciale nel determinare la realizzazione delle proprie potenzialità. La capacità di stare a contatto con le proprie emozioni e bisogni può guidare il soggetto in scelte che, se fatte solo razionalmente, risultano poco aderenti alle reali motivazioni e talenti costruiti nel corso della crescita.
E’ in questo momento che molti si perdono, o per accontentare la famiglia con i suoi progetti esistenziali, o per scarsa conoscenza dei propri talenti, o per inseguire modelli sociali o per poca fiducia nel sentire. L’ansia sempre più spesso si insinua come sottofondo costante in questo momento della vita a segnalare che qualcosa è sepolto, inascoltato.
In questo passaggio di vita si può confondere il proprio valore con la prestazione, il proprio autentico essere con il fare, perdendo le radici dell’autenticità, la spontaneità, la pura gioia di stare al mondo.
Se nell’ambito della conoscenza può prevalere il silenzioso mettersi in ascolto, nell’ambito del puro essere, la parola non può perdere il suo potere di affermare i propri bisogni, nel delineare confini, nell’esprimere ciò che ci attraversa nella relazione con l’altro.
Se, in funzione della traiettoria di crescita, l’altro viene vissuto come giudice rigido e critico o come rifiutante, l’espressività si auto-limita, l’esplorazione dell’altro si blocca e può farsi strada la tendenza ad interpretare l’altro e la realtà secondo schemi rigidi e disfunzionali. Allora ci si isola, si perde la gioiosa spontaneità, si smette di chiedere, scivolando verso l’autosufficienza compulsiva o la condiscendenza passiva.
Tra silenzio e potenza della parola scorrono questi anni di costruzione del futuro, tra sogno e realtà, immaginazione e frustrazione.
Tempo e responsabilità
Quando inizia l’essere adulti? E’ una domanda alla quale è sempre più difficile rispondere. L’adolescenza si protrae nel tempo non solo per inciampi nella crescita ma anche perché oggi il percorso di preparazione all’autonomia si fa più lungo e poiché lo spazio per rendersi autonomi economicamente è accessibile a una maggioranza ristretta.
Forse possiamo tracciare una linea per demarcare l’inizio del tempo adulto, forse è quel momento in cui provvediamo alla nostra sussistenza e a fornirci un luogo separato dove vivere e moduliamo autonomamente i nostri stati emotivi senza dipendere da altri?
Sembra non esserci un’età definita per sancire se un soggetto sia propriamente adulto, piuttosto si tratta di uno stato mentale, una condizione di assunzione di responsabilità verso se stessi, paradossalmente in quest’ottica potremmo non diventare mai adulti davvero.
Ogni persona può vivere il tempo come una spirale di crescita continua, in cui vengono ripercorsi tratti ciclici ma con differente livello di consapevolezza, oppure come una curva in cui l’essere adulto è rappresentato dallo stabilizzarsi della curva che indica la crescita nel tempo, la crescita cesserebbe pertanto al raggiungimento dell’età adulta fino al declino nella vecchiaia.
L’idea di una curva che si appiattisce forse riflette il corso della vita nelle epoche precedenti la nostra. Oggi il contatto continuo con stimolazioni di ogni genere provenienti da innumerevoli fonti e il confronto con una molteplicità di altri soggetti, fanno supporre una visione di crescita continua e spiraliforme, sia dal punto di vista delle conoscenze necessarie per adattarsi a un contesto in continua evoluzione, sia dal punto di vista emotivo, sul quale impatta la complessità, la frammentarietà e la mutevolezza dell’ambiente.
Il costo del mancato adattamento potrebbero essere marginalità sociale, isolamento, senso di non appartenenza, perdita dell’autostima fino al disagio psicologico vero e proprio.
Tempo e ritiro?
A un certo punto qualcuno sente che il suo tempo attivo si è concluso, che il mondo circostante è diventato a tratti incomprensibile, che non è più in grado di svolgere il suo ruolo in un contesto troppo mutato e mutevole. Oppure sceglie, se la sua condizione glielo concede e se ne sente il desiderio, di abbandonare il ruolo produttivo e di investire le sue energie altrove. Infine altri, fino alla la fine dei loro giorni, scelgono la produttività, la presenza nel mondo economico, a patto che le loro capacità di adattamento siano tali da rendere confortevole questa posizione.
Questo ultimo passaggio di età non è indolore né privo di conflitti. Alcuni hanno strutturato profondamente la loro identità sui ruoli che hanno ricoperto e abbandonarli significa spesso disorientamento, senso di perdita e vuoto che non consente loro di trovare facilmente alternative soddisfacenti, in molti casi è una vera e propria crisi identitaria.
Ma esiste ancora la vecchiaia come ritiro dal mondo? Forse soltanto laddove le condizioni di salute impongono questo ritiro, altrimenti la persona può ripercorrere le tappe evolutive e dalla crisi ricostruire un equilibrio a partire da bisogni e desideri autentici.
Tempo e processi evolutivi
Non sembra più essere solo l’età anagrafica a collocare la persona in una tappa evolutiva specifica, ma il suo sentire, agire nel mondo, ricoprire o meno ruoli e funzioni, la sua flessibilità e capacità di adattarsi al cambiamento.
Può esistere l’eterno adolescente confinato in una perpetua progettualità priva di responsabilità, il novantenne che sceglie di non ritirarsi mantenendo una presenza attiva, il giovane che si ritira prematuramente senza mai entrare nei giochi del mondo per un profondo senso di inadeguatezza alla complessità e alle sfide della incontrollabilità e mutevolezza dell’ambiente produttivo e sociale, l’adulto che ritrovando il contatto con il senso profondo dei suoi desideri cambia vita e ruolo.
Questa visione, in cui l’età anagrafica diventa meno rilevante, può essere letta come opportunità, non solo come perdita di senso.
In questa prospettiva è possibile ripercorrere più volte nel corso della propria esistenza le varie tappe evolutive, certamente con un diverso livello di consapevolezza, con l’opportunità di sciogliere antichi nodi. Il percorso evolutivo non è mai concluso, alternando momenti di relativa stabilità a crisi e almeno parziale ricostruzione della propria identità e così, se c’è sufficiente flessibilità e propensione al cambiamento, possono schiudersi nuovi orizzonti di significato e senso, nuove prospettive e ruoli indipendentemente dall’età anagrafica.
Dr Marina Ugolini
Bibliografia
Furio Lambruschi. Psicoterapia cognitiva dell’età evolutiva. Bollati Boringhieri: Torino
Daniel J. Siegel, Mary Harzwell. Errori da non ripetere. Raffaele Cortina Edirore: Milano
Daniel J. Siegel. La mente adolescente. Raffaele Cortina Edirore: Milano

