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Emozioni in adolescenza

Possibili paure di un adolescente nel costruire la propria identità

Costruire la propria identità è un processo complesso e spesso carico di ansie per un adolescente. Ecco alcune delle possibili paure che possono emergere in questa fase:

  • Paura di non essere accettato/a: Il desiderio di appartenenza a un gruppo e di essere accettati dai coetanei è molto forte. La paura di non conformarsi alle norme del gruppo o di non essere considerati "abbastanza" (popolari, intelligenti, alla moda, ecc.) può generare molta ansia.
  • Paura del giudizio: Gli adolescenti sono spesso molto sensibili al giudizio degli altri, sia dei coetanei che degli adulti. La paura di essere criticati per le proprie scelte, i propri gusti, il proprio aspetto o le proprie opinioni può portare a insicurezza e indecisione.
  • Paura di non sapere chi si è veramente: In questa fase di esplorazione, può esserci confusione riguardo ai propri valori, interessi, aspirazioni e alla propria identità di genere e/o orientamento sessuale. La paura di non riuscire a definirsi o di non trovare un "vero sé" può essere angosciante.
  • Paura di fare scelte sbagliate per il futuro: Le decisioni riguardanti la scuola, il percorso professionale e la vita in generale iniziano a farsi più concrete. La paura di prendere decisioni che si riveleranno errate e che comprometteranno il proprio futuro può generare stress.
  • Paura di deludere le aspettative degli altri: Gli adolescenti possono sentire la pressione di conformarsi alle aspettative dei genitori, degli insegnanti o di altri adulti significativi. La paura di non essere all'altezza di queste aspettative può portare a sensi di colpa e inadeguatezza.
  • Paura di perdere la propria individualità: Se da un lato c'è il desiderio di appartenenza, dall'altro c'è anche la paura di omologarsi troppo al gruppo e di perdere la propria unicità. Trovare un equilibrio tra l'essere parte di un gruppo e mantenere la propria individualità può essere una sfida.
  • Paura del cambiamento: La crescita e la transizione verso l'età adulta comportano molti cambiamenti fisici, emotivi e sociali. La paura dell'ignoto e di ciò che il futuro porterà con sé può essere destabilizzante.
  • Paura di non essere "normali": Gli adolescenti spesso si confrontano con i coetanei e con gli ideali proposti dai media. La paura di non rientrare in una presunta "normalità" (per quanto riguarda l'aspetto fisico, gli interessi, le esperienze, ecc.) può portare a insicurezza e bassa autostima.
  • Paura di non essere capiti: Sentirsi incompresi dai genitori, dagli amici o dagli adulti in generale può essere frustrante e isolante durante un periodo in cui si cerca di definire la propria identità.
  • Paura di non riuscire a diventare adulti "di successo": La società spesso pone l'accento sul successo professionale ed economico. Gli adolescenti possono interiorizzare questa pressione e temere di non riuscire a realizzarsi e a raggiungere i propri obiettivi.

È importante ricordare che queste paure sono comuni e fanno parte del processo di crescita. Il supporto degli adulti, la comunicazione aperta e la possibilità di esplorare diverse identità possono aiutare gli adolescenti a superare queste ansie e a costruire un'identità forte e positiva.

Paure legate a sé stessi

  • Paura di non sapere chi si è davvero
    – Confusione tra ciò che si sente dentro e ciò che ci si aspetta da fuori.
  • Paura di non essere abbastanza
    – Sentirsi inadeguati, inferiori, "sbagliati" rispetto agli altri.
  • Paura di non trovare una direzione
    – Ansia per il futuro, incertezza su interessi, passioni, scelte scolastiche o di vita.
  • Paura di cambiare troppo (o troppo poco)
    – Timore che i cambiamenti personali vengano giudicati o che non si evolva "come si dovrebbe".

Paure legate al giudizio degli altri

  • Paura di essere esclusi o non accettati
    – Forte bisogno di appartenenza, che può generare ansia sociale o conformismo.
  • Paura del rifiuto
    – Timore di non essere amati o capiti da amici, partner, genitori, insegnanti.
  • Paura di deludere le aspettative
    – Preoccupazione di non essere all'altezza delle pressioni familiari o sociali.

Paure legate alla società e all'ambiente

  • Paura di non corrispondere agli standard sociali
    – Aspetto fisico, orientamento sessuale, identità di genere, stile di vita, ecc.
  • Paura del confronto sui social media
    – Comparazioni costanti con immagini idealizzate, vite "perfette".
  • Paura di non trovare il proprio posto nel mondo
    – Sentirsi spaesati, disorientati, come se non ci fosse un ruolo adatto a sé.

Paure legate alla costruzione di un’identità autentica

  • Paura di mostrarsi vulnerabili
    – Tendenza a nascondere parti di sé per evitare giudizi o ferite.
  • Paura di uscire dagli schemi familiari/culturali
    – Conflitto tra il bisogno di autonomia e la lealtà verso la famiglia o il contesto d’origine.
  • Paura di prendere decisioni “irreversibili”
    – Come scegliere un percorso di studi, dichiarare un orientamento, cambiare gruppo di amici.

Possibili emozioni di rabbia in un adolescente nel costruire la propria identità

Durante il complesso processo di costruzione della propria identità, un adolescente può sperimentare diverse sfumature di rabbia. Queste emozioni possono derivare da una varietà di frustrazioni e conflitti interni ed esterni. Ecco alcune possibili emozioni di rabbia che un adolescente potrebbe provare:

  • Frustrazione: Quando i tentativi di esprimere la propria individualità vengono ostacolati o non compresi dagli altri (genitori, coetanei, insegnanti). Ad esempio, sentirsi dire cosa indossare, quali amici frequentare o quali interessi seguire.
  • Risentimento: Se percepisce di non essere preso sul serio, che le sue opinioni non contano o che i suoi sentimenti vengono sminuiti. Questo può accadere quando le sue idee vengono liquidate come "cose da ragazzi" o "fasi".
  • Indignazione: Di fronte a ingiustizie, discriminazioni o prese in giro rivolte a sé stesso o ad altri, soprattutto se riguardano aspetti centrali della sua nascente identità (orientamento sessuale, identità di genere, etnia, ecc.).
  • Irritazione: Per le continue pressioni a conformarsi a determinate aspettative o ruoli che non sente propri. Ad esempio, dover essere "il bravo ragazzo" o "la ragazza studiosa" quando sente di essere più complesso.
  • Rabbia difensiva: Come reazione a critiche o giudizi percepiti come attacchi alla propria identità in costruzione. Questa rabbia può manifestarsi con aggressività verbale o chiusura.
  • Rabbia per l'incomprensione: Quando si sforza di comunicare chi è o cosa prova e si sente frainteso o ignorato dagli adulti o dai coetanei.
  • Rabbia verso sé stesso: Se percepisce di non essere all'altezza delle proprie aspettative o di quelle degli altri nel definire la propria identità. Può sentirsi frustrato per la propria indecisione o confusione.
  • Esasperazione: Di fronte alla lentezza del processo di scoperta di sé o alla confusione che ne deriva. Può sentirsi impaziente di "trovarsi" e frustrato dalla mancanza di risposte immediate.
  • Rabbia per la perdita di controllo: Sentire che le decisioni importanti riguardanti la propria vita vengono prese da altri, limitando la sua autonomia nel definire la propria identità.
  • Rabbia mascherata: A volte la rabbia può essere espressa indirettamente attraverso il sarcasmo, l'isolamento, la procrastinazione o altri comportamenti passivo-aggressivi, soprattutto se l'adolescente non si sente sicuro di esprimere apertamente la propria frustrazione.

È fondamentale che gli adulti di riferimento siano consapevoli di queste possibili emozioni e creino un ambiente di ascolto e comprensione, in cui l'adolescente si senta libero di esprimere le proprie frustrazioni senza timore di giudizio. Aiutare l'adolescente a riconoscere e gestire queste emozioni in modo costruttivo è parte integrante del supporto al suo percorso di crescita identitaria.

Rabbia verso la famiglia

  • Quando i genitori non rispettano la sua autonomia
    – Eccessivo controllo, mancanza di fiducia, regole imposte senza dialogo.
  • Quando si sente giudicato o non accettato per ciò che è
    – Scelte personali, stile, orientamento sessuale, idee diverse da quelle della famiglia.
  • Quando percepisce incoerenze o ipocrisie negli adulti
    – Genitori che predicano bene ma razzolano male.
  • Quando non si sente ascoltato
    – Rabbia per il senso di invisibilità o trascuratezza emotiva.

Rabbia verso sé stesso

  • Quando si sente confuso e impotente
    – Frustrazione per non riuscire a capire cosa vuole o chi è davvero.
  • Quando non riesce a soddisfare le proprie aspettative
    – Rabbia per un fallimento scolastico, sociale, relazionale.
  • Quando si paragona agli altri e si sente inferiore
    – Conflitto interiore che può trasformarsi in auto-rabbia o rabbia rivolta all’esterno.

Rabbia verso i coetanei o il gruppo sociale

  • Quando viene escluso, bullizzato o deriso
    – Ferite al senso di appartenenza e dignità.
  • Quando si sente sotto pressione per conformarsi
    – Rabbia per dover rinunciare a sé stesso per essere accettato.
  • Quando i rapporti d’amicizia o amore sono instabili o deludenti
    – Forti reazioni emotive in caso di tradimenti, litigi, incomprensioni.

Rabbia verso il sistema (scuola, società, mondo adulto)

  • Quando si sente incastrato in un sistema scolastico opprimente
    – Valutazioni, rigidità, mancanza di spazi per esprimersi davvero.
  • Quando percepisce ingiustizie o discriminazioni
    – Per identità di genere, cultura, etnia, classe sociale.
  • Quando si confronta con un futuro percepito come incerto o ingiusto
    – Rabbia per il mondo che lo aspetta e le difficoltà da affrontare.

Rabbia repressa o esplosiva

  • Quando non trova canali sani per esprimersi
    – La rabbia può trasformarsi in chiusura, apatia, comportamenti autodistruttivi o aggressivi.

Possibili emozioni di tristezza in un adolescente nel costruire la propria identità

Durante il percorso di costruzione della propria identità, un adolescente può sperimentare diverse forme di tristezza, spesso legate alle sfide e alle incertezze di questa fase. Ecco alcune possibili emozioni di tristezza che potrebbero emergere:

  • Solitudine: Sentirsi isolato o non compreso dai coetanei o dagli adulti nel proprio percorso di scoperta di sé. Potrebbe percepire che nessuno capisce veramente cosa sta passando o le domande che si pone.
  • Esclusione: Sperimentare il rifiuto o l'esclusione da parte di gruppi sociali a cui desidererebbe appartenere, magari perché non si sente ancora pienamente "in linea" con le loro norme o aspettative.
  • Delusione: Quando le aspettative idealizzate sulla propria identità o sul proprio futuro non si realizzano. Ad esempio, scoprire di non avere un talento particolare che sperava di possedere o rendersi conto che un'aspirazione non è realizzabile.
  • Senso di perdita: Potrebbe provare tristezza nel "lasciare andare" aspetti della propria infanzia o vecchie identificazioni che non sente più adatte alla persona che sta diventando.
  • Inadeguatezza: Sentirsi non "abbastanza" (intelligente, popolare, attraente, ecc.) rispetto ai modelli idealizzati o ai coetanei, percependo un divario tra chi si sente di essere e chi vorrebbe essere.
  • Confusione e smarrimento: La difficoltà nel definire la propria identità può portare a un senso di vuoto o di non sapere chi si è veramente, generando tristezza e incertezza sul proprio posto nel mondo.
  • Frustrazione: La lentezza e la complessità del processo di costruzione identitaria possono essere fonte di frustrazione che, a sua volta, può sfociare in tristezza e demoralizzazione.
  • Senso di fallimento: Se percepisce di non riuscire a "trovare la propria strada" o a conformarsi alle aspettative degli altri (genitori, insegnanti), può provare un senso di fallimento personale che porta a tristezza.
  • Nostalgia: Potrebbe provare nostalgia per un periodo percepito come più semplice e spensierato, prima delle domande esistenziali e delle pressioni legate alla costruzione dell'identità.
  • Tristezza reattiva: In risposta a eventi specifici che colpiscono la sua nascente identità, come critiche sul suo aspetto, sui suoi interessi o sulle sue scelte.
  • Preoccupazione per il futuro: L'ansia riguardo al proprio futuro e alla difficoltà di immaginarsi come adulto realizzato può generare tristezza e pessimismo.
  • Senso di non appartenenza: Non sentirsi pienamente parte di nessun gruppo o contesto può portare a un profondo senso di tristezza e alienazione.

È importante che gli adolescenti abbiano spazi sicuri per esprimere queste emozioni e che ricevano supporto e comprensione da parte degli adulti. Riconoscere e validare la loro tristezza è un passo fondamentale per aiutarli a navigare questo periodo delicato e a costruire un'identità positiva e resiliente.

Tristezza legata alle relazioni personali

  • Quando si sente escluso o rifiutato dal gruppo dei pari
    – Sentirsi soli, invisibili o non abbastanza per essere accettati.
  • Quando finisce un’amicizia importante o una relazione sentimentale
    – Dolore per la perdita di un legame che dava senso e sicurezza.
  • Quando si sente diverso dagli altri e non capito
    – Tristezza per non trovare qualcuno con cui condividere davvero chi si è.

Tristezza legata alla percezione di sé

  • Quando non riesce a riconoscersi o a capire chi è
    – Sensazione di smarrimento, mancanza di direzione, identità “sfocata”.
  • Quando non si piace fisicamente o non accetta parti di sé
    – Dolore legato all’immagine corporea, confronti sociali o pressioni estetiche.
  • Quando non si sente abbastanza
    – Tristezza per la percezione di fallimento personale, scolastico, relazionale.

Tristezza legata al rapporto con la famiglia

  • Quando non si sente ascoltato o accettato dai genitori
    – Mancanza di dialogo, incomprensioni, aspettative troppo alte.
  • Quando vive un conflitto tra ciò che sente e ciò che la famiglia vuole
    – Difficoltà a far emergere la propria voce senza sentirsi in colpa.
  • Quando si sente trascurato emotivamente o affettivamente
    – Assenza di sostegno o di empatia da parte delle figure adulte.

Tristezza legata al mondo esterno e alla società

  • Quando si confronta con ingiustizie o discriminazioni
    – Per l’identità di genere, l’orientamento sessuale, la cultura, la classe sociale.
  • Quando non trova modelli positivi a cui ispirarsi
    – Sensazione di non appartenere o di non avere un posto nel mondo.
  • Quando si sente sopraffatto da pressioni e aspettative sociali
    – Dolore per non riuscire a corrispondere agli “ideali” proposti da social, scuola, famiglia.

Tristezza esistenziale

  • Quando si interroga sul senso della vita o del proprio futuro
    – Momenti di vuoto, crisi di senso, paure legate al “diventare grandi”.
  • Quando vive un cambiamento profondo e doloroso
    – Come un lutto, un trasferimento, un cambiamento scolastico o personale.
  • Quando si sente disconnesso da tutto
    – Tristezza generalizzata, difficoltà a trovare piacere o motivazione.

 

Modalità di autoregolazione emotiva

Coping

Sono modalità automatiche messe in atto per evitare la sofferenza, possono essere comportamentali o cognitive.

Coping comportamentali: abbuffarsi, fare uso di sostanze, attività fisica estrema, superlavoro, accudimento compulsivo, autosufficienza compulsiva, aggressività, isolamento, automutilazione, controllo comportamentale dell’altro.

Coping cognitivi: rimugino sul futuro, fantasticheria, intellettualizzazione, ruminazione sul passato, controllo mentale dell’altro, autocritica, confronto sociale verso il basso, essere giudicanti.

 

Mastery

Mastery significa padronanza, si riferisce allo stato mentale caratterizzato da senso di controllo, regolazione emotiva e sensazione di “avere il controllo sul proprio stato mentale”. La Mastery ci permette di affrontare le situazioni problematiche, è intenzionale e in piena consapevolezza a differenza del Coping che è automatico e identico a se stesso.

Esistono tre livelli di mastery per gestire le emozioni.

Le strategie di mastery di primo livello non richiedono riflessività.

  • Azione diretta sull’organismo per modificare lo stato problematico: farmaci, alcol, droga, attività fisica.
  • Evitamento: la persona evita attivamente e consapevolmente le situazioni che generano disagio.
  • Ricerca di connessione: la persona si rivolge ad altri per ottenere supporto e aiuto.

Le strategie di mastery di secondo livello sono orientate a ottenere una regolazione autonoma dello stato di attivazione.

  • Imporsi o inibire volontariamente un comportamento.
  • Modificare attivamente l’attenzione e la concentrazione sul problema intrapsichico o interpersonale.

Le strategie di terzo livello richiedono un elevato impegno riflessivo.

  • Conoscenza approfondita e critica del proprio stato mentale problematico e del proprio usuale funzionamento nella gestione della sofferenza.
  • Adeguata conoscenza della mente dell’altro e dei problemi interpersonali.
  • Accettazione dei propri limiti per poter influire sui propri e altrui cambiamenti.
  • Capacità di formulare previsioni sulla’effetto delle nostre azioni i su di noi e sugli altri.

Dr Marina Ugolini

Per informazioni e appuntamenti info@marinaugolini.it

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Autenticità

Tratto da Elogio del limite, tra accettazione e superamento.

Tempo, pazienza, sperimentazione, errori, strade intraprese e lasciate, ritorni, determinazione e battute d’arresto in una spirale dove nessun attimo è mai uguale all’altro anche nei ritorni; di tentativi, errori e riparazioni, accettazione del limite e sfide. Dove i modelli, i valori, le opinioni dell’altro sono solo un punto di partenza per trovarsi e creare un proprio mondo. Una strada a volte in salita, fatta di confronto con il dolore, la fragilità, la precarietà, la consapevolezza di non poter controllare il mondo, l’altro, le relazioni e nemmeno se stessi, di curiosità per se stessi e il mondo, fatta di accoglienza, contatto e riflessione sulle proprie emozioni, di entusiasmi, cadute e risalite.

Una strada in cui non cerchiamo di diventare quello che desideriamo a partire da modelli esterni ma che parte da ciò che già siamo in potenza, un seme di rosa non potrà mai diventare orchidea, in cui comprendere cosa non possiamo essere in base ai nostri limiti e imperfezioni, talenti e predisposizioni.

Una strada di incontri con le proprie imperfezioni, con altri che ci fanno soffrire o anche a volte gioire. Dove lo sguardo dell’altro perde rilevanza per dare spazio a un incontro più vero tra individui separati che accettano la differenza dell’altro, che non cercano conferme o identità in prestito. Dove piano piano si consolida la fiducia in se stessi, la percezione di aver intrapreso un cammino che sentiamo appartenerci. Una strada che forse non si conclude mai nel breve tempo che abbiamo a disposizione, che se percorsa ci può portare all’autenticità.

Dr Marina Ugolini

Trauma, memoria e dissociazione

Secondo Stephen Porges l’autore che ha proposto la teoria polivagale ipotizzando la presenza di un terzo sistema autonomo oltre al simpatico e al parasimpatico (ventrovagale), cioè il dosrsovagale che si attiverebbe in condizione di impotenza di fronte alla minaccia della sicurezza personale con ipoattivazione cerebrale consistente in uno stato di confusione, immobilizzazione, disconnessione dall’altro fino allo svenimento.

Per riassumere i tre sistemi associati evolutivamente a specifiche reazioni fisiologiche del sistema nervoso autonomo abbiamo:

il sistema ventrovagale è il primo sistema ad attivarsi, a mantenerlo attivo sono i segnali di sicurezza, mentre in presenza di segnali di pericolo il freno vagale si disattiva ed entra in gioco il sistema simpatico. Il ventrovagale è caratterizzato da sensazioni di sicurezza, connessione, supporto reciproco, cuore e respiro regolari, calma.

Il sistema simpatico che è quello che si attiva in presenza di segnali di pericolo, prepara il corpo a due possibili azioni, attacco o fuga, il soggetto è ipervigile, allarmato, l’attenzione è rivolta ai segnali di pericolo e tende a non rilevare segnali di sicurezza, l’altro è percepito come pericoloso. Sono presenti sensazioni di paura e rabbia (difensiva), c’è aumento della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna, inibizione delle funzioni digestive per concentrare l’attivazione sui muscoli scheletrici.

Il sistema dorsovagale, il più antico evolutivamente, si attiva quando non è possibile alcuna azione di attacco o fuga del simpatico. Non c’è altra scelta che l’immobilizzazione, la dissociazione, lo svenimento. Comporta sensazioni di ipoattivazione come intorpidimento, stanchezza estrema, senso di impotenza, rallentamento del battito cardiaco e della respirazione, riduzione della consapevolezza corporea e mentale, riduzione del tono muscolare e della pressione sanguigna con possibile svenimento.

Nerlla teoria di Porges con neurocezione si intende la capacità del sistema nervoso autonomo di valutare automaticamente e inconsciamente il livello di sicurezza o minaccia dell’ambiente. Questa valutazione determina quale dei tre sistemi verrà attivato Influenzando le nostre risposte fisiologiche e comportamentali.

Gli stimoli attivanti i tre sistemi possono essere interni al corpo, nell’ambiente, nella relazione con l’altro e sono possibili tre risposte, voglio avvicinarmi (ventrovagale), voglio allontanarmi o attaccare (simpatico), non ce la posso fare (dorsovagale).

In che modo trauma e dissociazione potrebbero intersecarsi con la teoria di Porges?

Se immaginiamo un soggetto esposto a un trauma, ad esempio un abuso in età infantile, in cui ha la percezione di assoluta impotenza, non può cioè attaccare e fuggire, si presume si possa attivare il dorsovagale. In questa condizione il sistema nervoso tende alla ipoattivazione, ed è possibile che le strategie cognitive di elaborazione dell’informazione (lobi frontali) siano parzialmente disattivati, impedendo l’elaborazione cognitiva del significato degli eventi e una loro trasformazione da semplice memoria episodica in memoria dichiarativa (senso e significato). Questo processo ipoattivante potrebbe in questo senso impedire, secondo la mia ipotesi, la registrazione in memoria degli indici ippocampali (indice delle memorie per il recupero a livello di ippocampo* verso la corteccia associativa) sia della memoria autobiografica (amnesia del trauma) e/o della memoria dichiarativa del trauma (elaborazioni cognitive dello stesso in termini di senso e significato). In caso di trauma quindi l’assenza dell’indice ippocampale potrebbe manifestarsi con amnesia del trauma o ricordo dello stesso solo in termini di sensazioni corporee e immagini (memoria autobiografica e non dichiatativa).

Nel primo caso il soggetto non ricorda di aver subito un trauma, c’è amnesia, e possono essere presenti nuclei dissociativi della coscienza che possono essere riattivati all’improvviso da trigger provenienti dal sé, dall’ambiente o dalle relazioni.

Nel secondo caso, in assenza di memoria dichiarativa e in presenza di ricordi sensoriali e per immagini registrati nell’indice e quindi recuperabili, possono presentarsi alla coscienza flashback che attivano il dorsovagale con ipoattivazione o il simpatico con iperattivazione.

Nel primo caso nel corso di un percorso psicoterapeutico il soggetto in cui sono presenti nuclei dissociativi connessi al trauma può avere la possibilità di riconnettersi con le memorie autobiografiche dissociate e avere l’opportunità di riportarle alla coscienza e di rielaborarle.

Nel secondo caso un intervento psicoterapeutico consiste principalmente nel consentire l’elaborazione emotiva e cognitiva del trauma riconnettendo la memoria dell’evento a un senso e un significato e nell’implementare il senso di agency del soggetto, cioè della sua percezione di poter agire sulla realtà e superare l’antico senso di impotenza, attivando prima il simpatico con le emozioni di paura e rabbia, l’attacco e la fuga e infine il ventrovagale attraverso tecniche esperienziali e di monitoraggio.

*L'ippocampo è una parte del cervello a forma di cavalluccio marino situata nella regione interna del lobo temporale, inserito nel sistema limbico, e svolge un ruolo importante nella formazione della memoria a lungo termine episodica e semantica, nella trasformazione della memoria a breve termine in memoria a lungo termine, nella memoria spaziale e nell'orientamento. Ha una  funzione di indice verso la corteccia associativa.

dr Marina Ugolini

Bibliografia
Sicurezza polivagale - Stephen W. Porges

film

The detached - Tony Kaye 2011

Film immenso.

Fragilità, rabbia, memoria, dissociazione, impegno, genitorialità e insegnamento.

Un quadro complesso e sfaccettato della nostra realtà, dei vissuti adolescenziali, della realtà scolastica, del dramma quotidiano degli insegnanti.

Paura, coraggio, fragilità di un protagonista che si racconta attraverso i dubbi, le incertezze, il dolore.

Un film per chi vuole vedere il mondo attraverso le emozioni dei personaggi, mai piatti, resi con incommensurabile profondità.

 

The cell - Tarsem Singh 2000

Thriller investigativo visionario per l'epoca, si inoltra nell'inconscio dei protgonisti attraverso una tecnologia che permette di entrare nella mente dell'altro. Il film scruta le radici del male cogliendone l'oscurità e il dolore.

 

The Village - M. Night Shyamalan 2004

Thriller psicologico, è un film complesso con molteplici livelli di lettura in chiave sociale e individuale. Una profonda indagine sugli effetti della paura.

 

Blade Runner -  Ridley Scott 1982

Liberamente tratto dal libro di fantascienza distopica di Philippe Dick "Do Androids Dream of Electric Sheep?", propone un mondo dove l'intelligenza artificiale prende vita nei corpi dei replicanti, del tutto simili agli esseri umani e dotati di coscienza. Impossibile non vederlo.

 

Quando la notte - Cristina Comencini 2011

Film complesso che indaga il rapporto femminile con il corpo e con i figli, una donna è attraversata dalle "innominabili" emozioni della maternità: inadeguatezza, paura, rabbia, solitudine, ...

Il film è basato sull'omonimo romanzo della stessa Comencini. 

 

Fandango - Kevin Reynolds 1985

Un film sulla giovinezza e l'amicizia.

«A tutti noi per Dio! A noi, a Dom e ai privilegi della gioventù! A quello che siamo e a quello che eravamo.... E a quello che saremo.»

 

Stand by Me - Rob Reiner 1986

Tratto dal racconto The Body, contenuto nella raccolta di racconti Stagioni diverse di Stephen King.

Racconta dell'avventura di quattro ragazzini di un'epoca ormai scomparsa, si svolge infatti alla fine degli anni 50, e dei risvolti psicologici della loro crescita.

 

contatti

dr Marina Ugolini Psicologa e Psicoterapeuta Cognitivo Costruttivista
Terapia in presenza e online

Sede Legale: Via Nicola Antonio Porpora 12, 20131 Milano

Studio: Via Antonio Stradivari 7, 20131 Milano
Fermata Loreto MM Rossa e Verde

Per appuntamenti: info@marinaugolini.it

cellulare: 352 0353866

Il costo dei colloqui è:
Psicoterapia individuale in presenza € 90 colloquio di 50 minuti
Psicoterapia in presenza di coppia € 120 colloquio di 80 minuti
Psicoterapia online  € 60 colloquio individuale 50 minuti

 

 

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La gelosia è sana?

La gelosia fa parte dell’amore? E’ una sua distorsione? E’ sana? E’ sintomo di qualcosa che non va nel rapporto?

Cercherò brevemente di offrire qualche spunto di riflessione relativamente a queste domande.

La gelosia fa parte dell’amore?

In una relazione presumibilmente sana c’è il rischio costante di perdere l’altro perché l’altro è libero di gestire il proprio tempo e le proprie relazioni in modo autonomo, senza doverne rendere conto al partner. Amare da questa prospettiva significa in qualche modo accettare un rischio, il rischio di investire energie, progetti, affetto su un altro individuo senza limitarne l’autonomia amando cioè la libertà dell’altro (Recalcati).

Da questa prospettiva la gelosia potrebbe essere un attimo, un momento di fatica e fragilità in cui si sente forte il bisogno di sostegno dell’altro, un momento passeggero che non innesca pensieri ossessivi e paranoie, semplicemente il segnale che siamo affaticati, tristi, soli in una situazione di vita. Quando generalmente la persona non è gelosa infatti, l’emergere di questo sentimento in una relazione di coppia sana potrebbe essere l’indicatore di qualcosa che non va a livello soggettivo più che relazionale: fallimenti in ambito lavorativo o relazionale, malattia, eccessiva stanchezza, perdita di una persona cara.

Gelosia, che insinua la paura di perdere il partner, che può essere tradotta in bisogno transitorio di accudimento in cui sentiamo forte la necessità della vicinanza dell’altro, che può o meno cogliere il nostro bisogno e al quale possiamo esplicitarlo per evitare fraintendimenti. In queste situazioni il partner viene ad assumere un ruolo di sostegno e accudimento altrimenti assolto in modo prevalentemente autonomo che potrebbe determinare l’insorgere del timore di perderlo e una temporanea gelosia.

La gelosia è una distorsione dell’amore?

Essere gelosi può sorgere da segnali reali dell’altro o da paure connesse a schemi impliciti della persona che prova gelosia.

Talvolta nelle relazioni limitiamo la nostra libertà di essere e di agire in un certo modo o per accondiscendere alle richieste dell’altro o per un presunto rispetto del partner che determina aspettative di un comportamento speculare.

Quando il partner ci chiede di modificare il nostro abbigliamento, di non uscire con certe persone, di evitare il contatto fisico con l’altro, di non vedere altri in sua assenza o altre richieste simili, siamo di fronte a una forte limitazione della nostra autonomia, dell’espressione della nostra identità relazionale, vengono inibite aree di vita e un modo sano e autentico di mettersi in relazione con gli altri, la gabbia dorata.

E’ evidente che richieste di questo tipo vanno a minare la relazione di coppia nelle sue fondamenta di amore per la libertà dell’altro e si creano i presupposti per richieste reciproche, la persona che si limita, infatti, inizia ad avere una reale connessione soltanto con il partner e questi diventa essenziale al suo benessere mentale e relazionale innescando gelosia con richieste speculari di limitazione dell’autonomia dell’altro che limita, o grande sofferenza in apparenza ingiustificata con compromissione dei piani di vita e di una sana espressione della propria identità.

Alla base di tale richiesta di limitare la libertà del partner possono esserci temi di insicurezza personale, mancanza di fiducia, paura dell’abbandono, basso senso del valore personale, competitività relazionale, tendenza al controllo, manipolazione.

In altre situazioni una persona può essere guidata nel suo comportamento da regole acquisite socialmente nel corso della vita, disconnesse dal piano emotivo, che lo portano a intendere una relazione di coppia in termini di rinuncia alla propria libertà personale per un senso di rispetto nei confronti dell’altro, questa rinuncia per il meccanismo sopra descritto potrebbe generare nel soggetto gelosia verso il partner per il quale rinuncia alla propria libertà.

Un ulteriore forma di gelosia si può manifestare in alcuni casi di proiezione, in cui il soggetto desidera altre relazioni sessuali/affettive in un rapporto in crisi ma non ne è del tutto consapevole e a livello di coscienza teme che l’altro desideri altri partner, proiettando sull’altro il proprio desiderio implicito.

La gelosia come segnale

I segnali di allontanamento del partner in ambito sessuale o relazionale potrebbero far scaturire sospetti relativi alla presenza di un interesse esterno alla coppia di natura sessuale/affettiva, ma qui si parla già di una crisi avanzata della relazione, in questo caso si tratta di crisi relazionale di cui la gelosia potrebbe essere un indicatore.

 

Dr Marina Ugolini

 

 

 

Aggressività intrafamiliare

Aggressività intrafamiliare

Di seguito alcune ipotesi di lettura del conflitto intrafamiliare che potrebbero in qualche modo offrire spunti di riflessione su un argomento complesso e delicato.

Il conflitto interno alla famiglia genera conoscenza e consente di stabilire confini sani, attraverso l’esplicitazione di posizioni contrastanti è possibile costruire un terreno che consenta la negoziazione.

Quando il conflitto può diventare disfunzionale?

La mia ipotesi è che le possibilità siano diverse: può esserci silenzio tra partner o tra genitori e figli con isolamento e incomunicabilità, può esserci la sottomissione passiva di uno dei due partner o la condiscendenza passiva dei figli, può esserci la rabbia agita impulsivamente che si può talvolta trasformare in aggressività verbale o fisica tra genitori o tra genitori e figli o figli e genitori oppure ci sono manifestazioni internalizzanti in cui la rabbia e la tristezza o altre emozioni connesse al conflitto si trasformano in uno o in tutti i membri della famiglia in disagio mentale: ansia. pensieri ossessivi, rimuginio, depressione, disregolazione emotiva e impulsività, disturbi alimentari che possono poi manifestarsi in comportamenti disfunzionali come abuso di sostanze, isolamento, problemi scolastici, dipendenze comportamentali e altro.

Nel conflitto disfunzionale l’ambiente familiare è litigioso, non c’è la possibilità di comunicare i propri stati interni senza che si generi un’atmosfera caratterizzata da urla e allontanamenti, invalidazione, silenzio e disconnessione o violenza vera e propria.

Potrebbe essere d’aiuto un approccio al problema che tenga conto del sistema famiglia nel suo complesso senza sanzionare il soggetto portatore del disagio manifesto.

Se un figlio ha problemi scolastici è molto probabile che la relazione familiare presenti aspetti disfunzionali, così come se una madre è depressa, o il padre rabbioso per fare alcuni esempi. Non si tratta quindi di trovare un capro espiatorio cui attribuire la responsabilità dell’andamento della relazione famigliare problematica ma di prendere atto che le responsabilità sono relazionali e molto probabilmente traggono origine dalla storia di vita di ogni singolo membro della famiglia. Non si tratta di colpe dei genitori o di figli disfunzionali.

Ad esempio se una madre è sovraccarica di responsabilità e non ha tempo e disponibilità emotiva per accogliere le richieste di sostegno di marito e figli ed ella stessa sente il bisogno di essere sostenuta è possibile che reagisca con rabbia alle richieste di accudimento degli altri membri della famiglia, mentre il marito stanco e nervoso sente la necessità ai essere accudito e sostenuto per problemi, magari lavorativi, e ha una modalità di richiesta di accudimento rabbiosa. I due iniziano a litigare e i figli si trovano a vivere in un’atmosfera tesa, dove sono presenti litigi quotidiani per ogni piccola cosa, non sentono che vi sia spazio per essere ascoltati e lentamente si isolano o sul modello genitoriale iniziano ad assumere comportamenti rabbiosi e aggressivi quando hanno bisogno di aiuto. In una situazione simile può emergere disagio mentale o comportamentale in uno o più componenti della famiglia, mentre, semplicemente, tutti i membri della famiglia hanno bisogno di sostegno reciproco che non sono in grado di chiedere in modo esplicito. Spesso non sono consapevoli dei propri bisogni di accudimento poiché la rabbia copre i sentimenti di solitudine, tristezza, abbandono, fatica e paura.

Come uscire dalla situazione dell'esempio? Per esempio fermarsi e metacomunicare, cioè comunicare sulla comunicazione. Chiedersi a vicenda che cosa stia succedendo, quali trigger innescano nei vari membri della famiglia la rabbia e l'aggressivitò in sostituzione di una esplicita richiesta di aiuto e supporto.

Un percorso familiare o individuale di psicoterapia potrebbe essere utile per sciogliere il nodo. Ogni storia ha le sue ragioni e le sue traiettorie che un percorso di psicoterapia potrebbe portare alla luce facendo emergere la consapevolezza degli schemi relazionali disfunzionali sia in chi perpetra la violenza verbale o fisica sia in chi la subisce, sia in situazioni in cui la violenza è bidirezionale.

Ogni famiglia ha una sua storia e una storia a sua volta con la famiglia di origine dove si sono appresi i modelli relazionali e comunicativi che sono impliciti e automatici. Non si tratta di comprendere di chi è la colpa ma di esplicitare i desideri sottostanti la rabbia e l'aggressività che rendono ingestibile il conflitto.

Ovviamente dal punto di vista legale è sanzionabile e inaccettabile la violenza quando diventa fisica e psicologica, in questo caso sono violati i confini interpersonali e il soggetto che agisce la violenza deve essere fermato, punito, curato e la vittima assistita in un percorso di empowerment e autonomizzazione dal contesto violento. Spesso invece la violenza è reciproca e non si può realmente parlare di vittima e autore, entrambi i partner della relazione sono ugualmente responsabili del clima di violenza che può più o meno coinvolgere i figli, o in cui i figli possono esserne autori.

La questione della violenza fisica e psicologica è una questione delicata che non mi è possibile affrontare compiutamente in poche righe. Ci tengo soltanto a riconoscere che in alcuni casi di uomini o donne o figli violenti si tratta di persone che hanno ereditato un modello culturale e famigliare in cui la violenza non è sancita ma è una modalità abituale di gestire la relazione, uno schema automatico di gestire i processi relazionali. Ribadisco che in questi casi la colpa esiste perché sono stati violati i confini fisici, mentali e l’incolumità della persona che ha subito violenza. Va ricordato in questo contesto, come sostiene Giancarlo Dimaggio, che spesso la violenza è bidirezionale.

Ogni famiglia ha una sua storia e una storia a sua volta con la famiglia di origine dove si sono appresi gli schemi relazionali e comunicativi che sono impliciti e automatici. Non si tratta di comprendere di chi è la colpa ma di esplicitare gli schemi automatici e disfunzionali sottostanti la rabbia e l'aggressività che rendono ingestibile il conflitto.

A volte all’interno di un sistema familiare ci sono squilibri economici o affettivi che impediscono di uscire da situazioni drammatiche di violenza psicologica o fisica agite, qui è assolutamente necessario chiedere aiuto per essere assistiti in un percorso di autonomizzazione e denuncia dei fatti

Ogni storia familiare è unica e irripetibile e va osservata con rispetto e attenzione evitando generalizzazioni e pregiudizi.

Per concludere, non mi riferisco in questo breve scritto a casi di violenza che mettono a rischio la vita e l'incolumità fisica della vita della'altro, in partcolare delle donne e dei bambini, a casi cioè di femminicidio, incesto e di violenza grave o ripetuta.

Dr Marina Ugolini

 

Amore

Amore è l’indicibile, l’invisibile, coglie inaspettatamente, trascina fuori dal sé in una perdita di confini eccitante e spaventosa. Il mondo cambia, diventa più luminoso, il corpo chiama e attende, la mente è ossessionata dal pensiero dell’altro. Un fantasma? La realtà dell’altro? Un insieme forse di tutto questo. Il corpo prende vita, desidera, finalmente, in preda a un quasi delirio. Dov’è? Cosa sta facendo? Mi pensa? Mi desidera?

Poi piano piano l’altro nella quotidianità diventa reale, perde la connotazione di fantasma idealizzato, ci delude, si mostra nella sua umanità, nei suoi limiti, nelle sue imperfezioni.

La curiosità e il desiderio si placano, resta qualcosa?

Dipende.

Se quello che cerchiamo è eccitazione, novità, emozioni intense, gioco senza fine e sesso sfrenato, probabilmente ci allontaneremo delusi alla ricerca di un altro fantasma su cui investire il nostro desiderio inappagabile.

Se invece cogliamo la pace, la calma, la sicurezza, l’affetto, la differenza, l’impossibilità di comprendere, l’amore per la libertà dell’altro e lasciamo spazio alla nostra autonomia creando una distanza che consenta la libera realizzazione, scopriamo un sesso meno impetuoso talvolta, più fusionale altre volte, allora probabilmente restiamo, cogliamo l’immensità dell’amore, il sostegno reciproco, la progettualità comune. La curiosità non si spegne perché questo sentimento porta in luoghi inaspettati, fa scaturire sentimenti e gioie mai nemmeno immaginate.

Un’illusione?

Quando c’è amore c’è il rischio costante di perdersi nell’altro o di perdere l’altro di cui amiamo la libertà che nello stesso tempo temiamo, da qui possessività, conflitti, gelosia.

 

Dr Marina Ugolini

Bibliografia

Un attimo prima di cadere - Giancarlo Dimaggio
Cos’è l’amore - Massimo Recalcati (youtube)