Perché litighiamo sempre?
I conflitti interpersonali possono essere letti non solo come divergenze di opinione, ma come attivazioni di schemi interpersonali, deficit metacognitivi e strategie di coping che mantengono la sofferenza.
In quasi tutte i conflitti troviamo:
- Evento interpersonale
- Attivazione schema
- Emozione primaria (vergogna, paura, rabbia, tristezza)
- Strategia protettiva (coping)
- Risposta dell’altro che conferma lo schema
Evento interpersonale: il trigger reale ma non neutro
Ogni conflitto parte da un evento osservabile: una frase, un tono, un ritardo, uno sguardo, una scelta.
Dal punto di vista terapeutico, però, l’evento non è mai “oggettivo” nel suo significato psicologico. È un attivatore.
La sua portata emotiva dipende dalla storia del soggetto.
Due persone possono reagire in modo completamente diverso alla stessa frase:
“Ne parliamo dopo.”
Per uno può essere neutra.
Per un altro può attivare abbandono, esclusione o critica.
Attivazione dello schema interpersonale
Uno schema interpersonale comprende:
- Scopo (Sistema motivazionale attivo)
- Rappresentazione di sé (es. fragile, inadeguato, non amabile)
- Rappresentazione dell’altro (critico, rifiutante, dominante, invadente)
- Aspettativa relazionale (sarò umiliato, ignorato, controllato)
Lo schema non è una convinzione astratta: è una memoria relazionale incarnata, spesso precoce.
Nel conflitto, lo schema:
- Seleziona le informazioni
- Amplifica certi segnali
- Oscura elementi disconfermanti
La persona non reagisce solo all’altro presente, ma all’altro internalizzato.
Clinicamente si osserva che:
- L’intensità emotiva è sproporzionata rispetto all’evento
- La reazione è ripetitiva in contesti diversi
- Il copione si riattiva anche con il terapeuta
Il conflitto diventa così una riattualizzazione di un pattern antico.
Emozione primaria: il nucleo vulnerabile
Spesso ciò che appare in superficie è rabbia.
Ma sotto la rabbia, nella maggior parte dei casi, troviamo:
- Vergogna
- Paura di rifiuto
- Tristezza
- Senso di inadeguatezza
La terapia lavora molto sulla differenziazione tra emozione primaria e secondaria.
La persona attacca il partner.
In seduta emerge che, un attimo prima dell’attacco, ha sentito un nodo allo stomaco e il pensiero:
“Non sono abbastanza.”
La rabbia è protettiva.
La vergogna è il nucleo.
Senza accesso all’emozione primaria, il conflitto continuerà a riprodursi.
Strategia protettiva (coping interpersonale)
A questo punto entra in gioco la parte più visibile: il comportamento.
Le strategie possono essere:
- Attacco
- Ritiro
- Compiacenza
- Controllo
- Svalutazione
- Iper-razionalizzazione
Sono tutte strategie con una funzione adattiva originaria: proteggere il Sé da un’esperienza dolorosa.
Il problema è che:
- Funzionano nel breve termine
- Mantengono il problema nel lungo termine
Esempio tipico:
Chi teme la critica diventa freddo e distante.
L’altro si sente escluso e critica davvero.
Lo schema si conferma.
La domanda chiave è:
“Cosa stavi cercando di evitare facendo così?”
Risposta dell’altro e ciclo auto-confermante
Questo è il punto cruciale.
La strategia genera una risposta nell’altro che:
- Conferma lo schema
- Rinforza la credenza
- Consolida la memoria emotiva
Si crea un circuito circolare:
- Mi aspetto critica
- Mi difendo in modo rigido
- L’altro si irrigidisce
- Conferma della critica
Nel tempo la persona costruisce una narrativa stabile: “Succede sempre così.”
Tipologie di conflitto
Conflitto da attivazione di schema interpersonale
- La persona entra nella discussione con una rappresentazione implicita di sé e dell’altro (es. “Io sono inadeguato”, “L’altro mi criticherà”).
- Interpreta l’altro alla luce di questo schema.
- Mette in atto strategie protettive (attacco, ritiro, compiacenza) che spesso provocano proprio la risposta temuta.
Il partner dice: “Forse potevi organizzarti meglio”.
Attivazione di schema:
- Sé: “Sono inadeguato”
- Altro: “Mi giudica e mi disprezza”
Reazione:
- Tono freddo e difensivo
- Si chiude, parla poco
- Evita il contatto per due giorni
Esito:
Il partner si irrita e lo accusa di essere distante → conferma dello schema (“Vedi? Non mi capisce, mi critica”).
In Terapia si lavora su:
- Riconoscimento dello schema attivato
- Differenziazione tra evento e interpretazione
- Alternative possibili nella mente dell’altro
Conflitto da deficit metacognitivo (conoscenza degli stati mentali propri e altrui)
Qui il problema non è solo cosa si pensa, ma la difficoltà a:
- Riconoscere i propri stati mentali
- Differenziare tra fatto e interpretazione
- Comprendere la mente dell’altro
La discussione degenera perché:
- Si assume che l’altro abbia intenzioni negative
- Non si riesce a mentalizzare in modo flessibile
Un’amica risponde tardi a un messaggio.
Interpretazione automatica:
“Non le importa di me.”
Difficoltà metacognitiva:
- Non distingue fatto (ritardo) da inferenza (rifiuto)
- Non esplora stati mentali alternativi dell’amica
Reazione:
Messaggio accusatorio:
“Se non ti importa basta dirlo.”
Esito:
L’amica si difende → escalation.
In seduta:
Si lavora sulla mentalizzazione:
- Quali altre spiegazioni?
- Che emozione stavi provando?
- Cosa immaginavi stesse pensando lei?
Conflitto tra bisogni di attaccamento e paura dell’altro
Spesso coesistono:
- Bisogno di vicinanza
- Timore di umiliazione, rifiuto o controllo
La persona può:
- Attaccare quando si sente vulnerabile
- Ritirarsi quando desidererebbe confronto
- Oscillare tra protesta e chiusura
Questo genera discussioni apparentemente “sproporzionate” rispetto al tema reale.
Desidera rassicurazione dal partner.
Chiede: “Mi ami davvero?”
Il partner risponde in modo neutro: “Certo, ma perché me lo chiedi sempre?”
Attivazione:
- Bisogno di vicinanza
- Paura di essere percepito come “troppo”
Reazione paradossale:
“Lascia stare, non importa.”
Segue ritiro emotivo e freddezza.
Il conflitto nasce perché il bisogno autentico viene mascherato dalla paura di essere umiliato.
Lavoro clinico:
- Riconoscere il bisogno primario
- Differenziare vulnerabilità da debolezza
- Costruire espressioni più dirette
Conflitto tra sistemi motivazionali
- Sistema competitivo (status, ragione, potere)
- Sistema cooperativo (collaborare per un obiettivo comune)
- Sistema di attaccamento (vicinanza supporto)
- Sistema di accudimento (supporto dell’altro, aiuto)
Una discussione può trasformarsi da cooperativa a competitiva, cambiando completamente tono e finalità.
Discussione su una decisione economica.
Inizio:
Sistema cooperativo → “Vediamo cosa è meglio per entrambi.”
Shift:
Uno dei due sente minacciata la propria competenza → attivazione sistema competitivo.
Frasi che compaiono:
“Tu non capisci niente di soldi.”
“Se facessimo come dici tu falliremmo.”
La discussione diventa lotta per avere ragione (Rango).
In terapia:
- Identificare il passaggio tra sistemi motivazionali (da collaborativo a rango nell’esempio)
- Riconoscere segnali corporei di escalation
- Ripristinare assetto cooperativo
Conflitto da strategie di coping disfunzionali
Per proteggersi dall’attivazione emotiva, la persona può usare:
- Iper-razionalizzazione
- Ironia svalutante
- Aggressività
- Compiacenza eccessiva
- Blocco emotivo
Queste strategie, pur avendo una funzione protettiva, mantengono il ciclo conflittuale.
Evento:
Collega riceve un complimento.
Attivazione interna:
Vergogna + senso di inferiorità.
Strategia:
Svalutazione ironica:
“Beh, sì, se abbassiamo gli standard…”
Effetto:
Clima teso → conflitto.
Funzione:
Proteggere il sé fragile dall’esperienza di inferiorità.
Lavoro clinico:
- Esplorare emozione primaria (vergogna)
- Collegare la svalutazione alla protezione
- Ampliare alternative regolative
Conflitto identitario
Quando la discussione tocca aspetti centrali del sé (“non valgo”, “sono fragile”, “sono sbagliato”), la reazione diventa intensa perché:
- Non è in gioco solo l’argomento
- È in gioco la rappresentazione di sé
Il partner dice:
“Sei troppo rigido.”
Non viene vissuto come commento comportamentale, ma come attacco identitario:
“Non vado bene come sono.”
Reazione:
Spiegazioni minuziose, tono moralizzante, irrigidimento.
Il conflitto si amplifica perché è in gioco la coerenza del Sé.
In terapia:
- Separare identità da comportamento
- Lavorare su flessibilità e auto-compassione
- Mentalizzare la posizione dell’altro
Questa prospettiva invita a considerare il conflitto non come un incidente della relazione, ma come una modalità organizzata di funzionamento interpersonale che ha una sua coerenza interna e una funzione regolativa.
Le discussioni conflittuali rappresentano spesso il punto in cui si incontrano vulnerabilità personali, memorie relazionali e tentativi di protezione del Sé. In questa ottica, l’aggressività, il ritiro o la rigidità argomentativa non sono semplicemente comportamenti problematici, ma strategie di sopravvivenza psichica che cercano di evitare esperienze emotive percepite come intollerabili, come vergogna, abbandono o umiliazione. Tuttavia, proprio queste strategie, nel lungo periodo, finiscono per restringere lo spazio relazionale e per confermare le aspettative negative che la persona porta dentro di sé.
Il conflitto diventa così una scena relazionale in cui si manifesta la difficoltà di integrare stati mentali diversi: la persona può oscillare tra bisogno di vicinanza e timore dell’altro, tra desiderio di riconoscimento e paura della vulnerabilità, tra ricerca di autonomia e necessità di conferma. Quando la metacognizione è sufficientemente funzionante, il soggetto riesce a osservare questi stati come eventi interni transitori; quando invece è compromessa, gli stati mentali vengono vissuti come realtà assolute e immodificabili, alimentando la polarizzazione della discussione.
L’obiettivo terapeutico non è eliminare il conflitto, o stabilire di chi sia la ragione, ma trasformarne la qualità. Un conflitto può diventare un’occasione evolutiva quando la relazione permette la mentalizzazione reciproca, la tolleranza dell’incertezza e l’esplorazione dei significati emotivi sottostanti alle posizioni espresse. In questa prospettiva, la salute relazionale non coincide con l’assenza di tensione, ma con la possibilità di attraversare la tensione mantenendo coerenza del Sé e apertura all’altro.
Il lavoro clinico mira quindi a restituire al paziente la capacità di scegliere tra diverse modalità di risposta, interrompendo la ripetizione automatica dei cicli interpersonali disfunzionali e favorendo un rapporto più flessibile con la propria esperienza interna e con la mente dell’altro. Solo in questo modo il conflitto può smettere di essere uno spazio di conferma della sofferenza e diventare un luogo di possibile trasformazione psichica e relazionale.
Dr Marina Ugolini
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