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Test attaccamento e schemi disfunzionali

Questo test è pensato per aiutarti a comprendere il tuo schema di attaccamento predominante nelle relazioni interpersonali. Rispondendo alle 90 domande, potrai esplorare il tuo modo di gestire vicinanza, intimità, autonomia e fiducia verso gli altri.

Non ci sono risposte giuste o sbagliate: scegli sempre quella che riflette meglio il tuo comportamento o i tuoi sentimenti abituali. Alla fine del questionario riceverai il profilo di attaccamento più rappresentativo per te, con la sua descrizione dettagliata.

Prenditi il tempo necessario per rispondere con sincerità: il test funziona meglio se rispondi in modo spontaneo e onesto.

Memoria emotiva

La memoria emotiva è la capacità di ricordare e “riattivare” emozioni vissute in passato, insieme alle sensazioni fisiche e ai dettagli che le accompagnavano.

Si riferisce al legame tra ricordo ed emozione. Alcuni eventi restano impressi proprio perché hanno avuto un forte impatto emotivo (positivo o negativo). Quando li ricordiamo, possiamo rivivere:

  • le stesse sensazioni corporee (nodo alla gola, battito accelerato),
  • lo stesso stato d’animo (gioia, paura, nostalgia),
  • immagini, odori o suoni collegati.

Senti un profumo e all’improvviso ti senti felice o malinconico: quel profumo ha attivato una memoria emotiva legata a un momento passato.

Le emozioni non sono rumore nel sistema cognitivo, ma segnali. I ricordi emotivi vengono codificati, recuperati e utilizzati in modo diverso.

La biologia della memoria emotiva

Nei sistemi biologici, gli eventi emotivi innescano:

  • Attivazione dell'amigdala (rilevamento della salienza)
  • Rilascio di ormoni dello stress (cortisolo, adrenalina)
  • Codifica potenziata dell'ippocampo
  • Consolidamento a lungo termine più forte

Risultato: i ricordi emotivi sono vividi, duraturi e facilmente recuperabili. Il cervello utilizza letteralmente meccanismi diversi per i contenuti emotivi rispetto a quelli neutri.

Perché questo è importante?

  • Diversa profondità di codifica
  • Diversa priorità di archiviazione
  • Diverse dinamiche di recupero
  • Diversa influenza sul comportamento

Caratteristiche della memoria emotiva

Codifica potenziata: i contenuti emotivi vengono codificati con maggiori dettagli e contesto, non solo ciò che è accaduto, ma anche come ci si è sentiti.

Consolidamento più forte: le esperienze ad alta valenza persistono quando quelle neutre svaniscono.

Recupero preferenziale: i ricordi emotivi affiorano più facilmente, anche quando non vengono richiesti direttamente. Si intromettono.

Ripristino dell'affettività: il recupero dei ricordi emotivi può ripristinare lo stato emotivo: la sensazione ritorna con il ricordo.

Ricordi positivi: stimola il comportamento di avvicinamento, rafforza i modelli di successo, crea attrazione verso contesti simili.

Ricordi negativi: consentono l'evitamento, creano avvertimenti, possono causare un'eccessiva generalizzazione.

La memoria emotiva è fondamentale:

  • Consente di ricordare cosa ha frustrato il soggetto (evitare di ripetere).
  • Consente di ricordare cosa lo ha soddisfatto (ripetere e sviluppare)
  • Tracciare la traiettoria emotiva nel tempo

L'analogia con il trauma

I ricordi negativi intensi possono creare effetti simili a quelli di un trauma: recupero intrusivo, evitamento dei fattori scatenanti, generalizzazione eccessiva, persistenza nonostante le pressioni di decadimento.

Il ruolo della memoria emotiva nei traumi

Quando viviamo un evento traumatico (incidente, violenza, perdita improvvisa, ecc.), l’emozione provata è così intensa che il cervello la registra in modo diverso rispetto ai ricordi “normali”.

  • Amigdala: si attiva fortemente (paura, allarme).
  • Ippocampo: può funzionare in modo alterato a causa dello stress.
  • Cortisolo e adrenalina: fissano l’emozione in modo molto potente.

Il risultato è che il ricordo traumatico:

  • può essere molto vivido emotivamente,
  • ma frammentato o confuso nei dettagli,
  • può riattivarsi automaticamente davanti a stimoli simili (suoni, odori, luoghi).

Trigger e riattivazione

Un suono, un odore o una situazione che ricorda l’evento può far rivivere la stessa emozione intensa come se stesse accadendo di nuovo.
Questo è tipico del disturbo post-traumatico da stress (PTSD).

La persona non sta “esagerando”: il corpo reagisce davvero come se fosse in pericolo.

La memoria emotiva traumatica è spesso più corporea che narrativa (si sente nel corpo prima ancora di essere pensata), meno integrata nel racconto della propria storia.

Terapie come EMDR, Terapia cognitivo-comportamentale focalizzata sul trauma, Terapie somatiche aiutano a “riorganizzare” il ricordo, riducendo l’intensità emotiva senza cancellare l’evento.

Distinguere un ricordo traumatico da un ricordo semplicemente doloroso non dipende solo da quanto è stato negativo l’evento, ma da come il cervello e il corpo lo hanno registrato.

Ricordo traumatico

Non è solo triste o doloroso: è registrato come minaccia alla sopravvivenza o all’integrità.

  • Si riattiva in modo automatico e intenso (trigger).
  • La reazione è sproporzionata rispetto al presente.
  • Si rivive l’emozione come se stesse accadendo ora.
  • Può esserci:
    • flashback
    • incubi
    • evitamento
    • forte attivazione corporea (tachicardia, sudore, tensione)
    • dissociazione
    • pensieri autolesivi
  • Il ricordo è spesso frammentato o confuso.
  • Il corpo reagisce prima della mente.
  • Il ricordo non è elaborato cognitivamente.

Sensazione tipica: “Non è passato, sta succedendo di nuovo.”

Ricordo doloroso

È un evento che ha fatto soffrire, ma è integrato nella propria storia personale.

  • Può far piangere o rattristare, ma si percepisce come passato.
  • Non provoca perdita di controllo.
  • Non genera reazioni fisiche intense o panico.
  • Può essere raccontato con una certa continuità narrativa.

Sensazione tipica: “È stato difficile, ma è successo allora.”

La differenza fondamentale è questa:

  • Nel ricordo doloroso: la mente sa che è passato.
  • Nel ricordo traumatico: il sistema nervoso non lo sa, lo vive come se fosse presente.

Un evento oggettivamente “piccolo” può essere traumatico per una persona, e uno “grande” può non esserlo per un’altra.

Dipende da:

  • età al momento dell’evento
  • supporto ricevuto
  • risorse interne
  • durata dell’esposizione
  • senso di impotenza

Perché i ricordi traumatici spesso non si elaborano

Durante un trauma, l’evento viene percepito come minaccia immediata alla sopravvivenza. Il cervello entra in modalità allarme massimo:

  • L’attenzione è tutta sul pericolo, non sulla memorizzazione lineare dei dettagli.
  • Le emozioni sono così intense da sovraccaricare i sistemi di memoria normali.
  • I ricordi vengono immagazzinati più come sensazioni corporee e emozioni che come storia coerente.

Il risultato:

  • Il ricordo è frammentato (immagini, suoni, odori).
  • Non può essere “raccontato” facilmente.
  • Si attiva automaticamente davanti a stimoli simili (trigger).

Aree del cervello coinvolte

Coinvolte attivamente

  1. Amigdala – la centrale delle emozioni
    • Rileva pericoli, produce paura, ansia, rabbia.
    • Durante il trauma è iperattiva, sovrastando l’ippocampo e la corteccia prefrontale.
    • Questo fa sì che l’emozione venga memorizzata più forte dei dettagli.
  1. Ippocampo – memoria episodica e contesto
    • Registra sequenze temporali e contesto spaziale.
    • Durante il trauma, il cortisolo alto ne riduce l’efficienza.
    • Per questo i ricordi traumatici possono essere confusi, non lineari o privi di ordine temporale.
  1. Sistema nervoso autonomo (SNA)
    • Genera reazioni corporee: battito accelerato, sudorazione, tensione muscolare.
    • Questi segnali corporei restano associati al ricordo, anche quando la mente razionale ha dimenticato dettagli.

Coinvolte meno attivamente

  1. Corteccia prefrontale – controllo razionale e regolazione emotiva
    • Normalmente aiuta a valutare pericoli, calmare l’amigdala e integrare i ricordi.
    • Durante il trauma è sottoposta a inibizione dall’amigdala, quindi il pensiero logico è ridotto.
  1. Corteccia cingolata anteriore – consapevolezza e attenzione
    • Aiuta a integrare emozioni e pensieri.
    • Durante il trauma può disattivarsi parzialmente, riducendo la capacità di “mettere ordine” nella memoria.

Effetto combinato

  • Il ricordo resta implicito (emozioni e sensazioni) più che esplicito (narrazione coerente).
  • È per questo che si parla di memoria “bloccata” o non elaborata.
  • Quando si incontra un trigger, il corpo reagisce prima ancora della mente, perché il ricordo è codificato più come esperienza corporea che come storia.

Elaborazione del trauma

Prima la stabilizzazione, poi il trauma

Non si parte dal ricordo.
Si parte dal rafforzare la sicurezza nel presente.

Questo include:

  • imparare tecniche di regolazione (respirazione lenta, grounding)
  • riconoscere i segnali di sovra-attivazione
  • costruire una “base sicura” (persone, luoghi, routine)

Se il corpo non sa calmarsi, lavorare sul trauma può riattivarlo troppo.

Lavorare “a piccole dosi” (finestra di tolleranza)

Il sistema nervoso ha una finestra di tolleranza:

  • dentro la finestra: posso sentire l’emozione senza esserne travolto
  • fuori dalla finestra:  panico, dissociazione o blocco

Un’elaborazione sicura avviene:

  • toccando il ricordo per pochi secondi
  • tornando poi al presente
  • alternando attivazione e calma

Coinvolgere il corpo

Il trauma è immagazzinato anche nel corpo.
Non basta parlarne.

  • notare le sensazioni fisiche senza giudicarle
  • orientarsi nello spazio (guardare intorno, sentire il pavimento)
  • movimenti lenti e consapevoli

Il messaggio che il corpo deve ricevere è:
“Adesso sono al sicuro.”

Non farlo da soli se il trauma è intenso

Se il ricordo provoca:

  • flashback frequenti
  • dissociazione
  • panico forte
  • pensieri autolesivi

è importante farlo con un professionista (EMDR, terapia trauma-focused, approcci somatici).

Segnali che stai elaborando in modo sano il ricordo di un trauma

  • L’intensità emotiva diminuisce nel tempo.
  • Il ricordo diventa più narrabile.
  • Il corpo reagisce meno.
  • Senti più senso di controllo.

Non sparisce, ma cambia qualità.

Dr Marina Ugolini

Se pensi di aver bisogno di un consulto psicologico e di iniziare una psicoterapia online, puoi fissare un appuntamento scrivendo a info@marinaugolini.it

Potere trasformativo della tristezza

Potere trasformativo della tristezza

“Se siedi con il tuo dolore invece di fuggirlo, esso diventa il tuo maestro.” Thich Nhat Hanh

La tristezza ha un potere trasformativo fondamentale, anche se spesso la viviamo come qualcosa da evitare.

Quando arriva, rallenta. Ci costringe a fermarci, a guardare dentro, a riconoscere una perdita, una delusione, un desiderio non soddisfatto. In questo senso è una maestra severa, segnala che qualcosa per noi conta davvero.

La tristezza è un’emozione di base, legata a:

  • perdita
  • fallimento relazionale
  • mancato riconoscimento
  • disconnessione dagli altri significativi

Di per sé non è patologica.
Diventa problematica quando la persona non riesce a comprenderla, tollerarla o condividerla.

Il focus va portato su ciò che la persona fa mentalmente e relazionalmente dopo aver provato tristezza.

Spesso compaiono:

  • ruminazione
  • autosvalutazione
  • chiusura emotiva
  • aspettative di rifiuto
  • strategie di evitamento o sottomissione

Qui la tristezza diventa cronicizzata.

La sofferenza aumenta quando la persona ha difficoltà in tre aree chiave:

  1. Riconoscere la tristezza (confusa con vuoto, noia, rabbia)
  2. Attribuirle significato (“cosa dice di me e della relazione?”)
  3. Regolarla e comunicarla in modo efficace.

La tristezza è spesso legata a un sé vulnerabile e non riconosciuto.

Molti persone imparano presto che:

  • essere tristi = essere deboli
  • esprimere bisogno = essere rifiutati
  • dipendere = perdere valore

Così la tristezza viene nascosta, e con essa anche il bisogno legittimo di connessione.

La tristezza diventa trasformativa quando:

  • viene mentalizzata (vista, nominata, compresa)
  • viene collocata nello scenario interpersonale
  • viene validata dal terapeuta o da un a persona significativa
  • può essere condivisa senza ritorsioni relazionali

Quando la tristezza è accolta:

  • si riduce l’evitamento
  • aumenta la capacità di chiedere
  • si amplia il repertorio relazionale
  • cambia la narrativa di sé

Non scompare la tristezza, ma perde il suo significato minaccioso.

La tristezza non è solo un'emozione negativa, ma un potente catalizzatore di trasformazione e generatività. Agisce come un segnale che richiede attenzione verso bisogni inespressi o perdite, innescando un processo di elaborazione interiore che può portare a una profonda crescita personale e alla capacità di creare qualcosa di nuovo e significativo.

  • Segnale di attenzione: la tristezza emerge come reazione a una mancanza, a un bisogno insoddisfatto o a una perdita (di persone, risorse, ruoli). Ci costringe a fermarci, a riflettere sulla nostra esperienza e a riconoscere che qualcosa nella nostra vita richiede un cambiamento o un'elaborazione.
  • Elaborazione del dolore: è un'emozione che aiuta a processare il dolore, permettendo di attraversare momenti difficili piuttosto che evitarli. L'accettazione di questa emozione spiacevole è il primo passo per superarla.
  • Riorientamento delle priorità: attraverso la riflessione che la tristezza impone, si possono riorientare le proprie priorità e sviluppare nuove strategie per affrontare le difficoltà future, portando a una maggiore consapevolezza di sé e resilienza. 

La tristezza, se accolta, può essere un motore essenziale per la crescita e l'autorealizzazione, consentendo di trasformare il dolore in nuove forme di esistenza e creatività.

La tristezza non è semplicemente un ostacolo da superare, ma ci consente di accedere a una più profonda conoscenza di noi stessi, di come ci mettiamo in relazione e del mondo. Ci consente di entrare in contatto con i nostri bisogni e desideri più autentici che possono riorientare la nostra vita.

Approfondisce la consapevolezza
La tristezza scava. Ci rende più sensibili, più attenti alle sfumature, meno superficiali. Spesso porta intuizioni che la felicità rumorosa non concede.

Riorganizza le priorità
Dopo un periodo di tristezza, molte persone scoprono di voler vivere in modo diverso: relazioni più autentiche, ritmi più umani, scelte più allineate a sé.

Genera empatia
Chi ha attraversato la tristezza sa riconoscerla negli altri. Da qui nasce una compassione reale, non teorica.

È terreno creativo
Arte, scrittura, musica e pensiero profondo nascono spesso da lì. Non perché la tristezza sia “bella”, ma perché è vera.

Favorisce la resilienza
Se ascoltata (non repressa né idealizzata), la tristezza si trasforma in forza silenziosa: accettazione, maturità emotiva, capacità di stare con ciò che è.

Invece di fuggirla, si può dedicare tempo per stare semplicemente con la tristezza. Questo non significa rimuginare, ma piuttosto osservare l’emozione con curiosità e gentilezza, come faresti con un bambino che ha bisogno di conforto.

La tristezza può trovare voce attraverso l’arte, la musica, la scrittura o il movimento. L’espressione creativa permette di elaborare emozioni complesse che le parole da sole non riescono a catturare.

Condividere la propria vulnerabilità con persone fidate crea connessioni autentiche e riduce l’isolamento. Il supporto sociale è fondamentale per trasformare la sofferenza in crescita.

Anche nei momenti più bui, identificare piccole cose per cui essere grati aiuta a mantenere una prospettiva equilibrata e a riconoscere che la tristezza è solo una parte dell’esperienza umana.

Uno degli aspetti più profondi della crescita attraverso la tristezza è il paradosso che spesso dobbiamo rallentare per andare avanti, dobbiamo sentire il dolore per guarire, e dobbiamo accettare ciò che non possiamo cambiare per trovare la forza di cambiare ciò che è possibile, dobbiamo attraversarla.

La tristezza ci insegna che la vita non è lineare e che la crescita non è sempre confortevole. Ci mostra che possiamo contenere emozioni apparentemente contraddittorie: dolore e gratitudine, perdita e speranza, vulnerabilità e forza.

La crescita attraverso la tristezza non elimina il dolore, ma lo trasforma in saggezza. Non cancella le cicatrici, ma le rende simboli di resilienza. Non garantisce che non soffriremo più, ma ci dona la fiducia che possiamo attraversare qualsiasi tempesta e emergerne più forti e più saggi.

La tristezza, quando onorata e integrata, diventa una delle risorse più preziose per una vita ricca di significato e connessione autentica.

Un possibile percorso per attraversare la tristezza

Il percorso di accettazione della tristezza non è una tecnica per eliminarla, ma un modo per trasformare il rapporto con essa. È un cammino interiore, spesso non lineare, fatto di resistenze, aperture e nuove comprensioni.

1) Riconoscere: “Sono triste”

Il primo passo è dare un nome all’esperienza.
Non minimizzare (“non dovrei sentirmi così”) e non drammatizzare (“non ne uscirò mai”), ma constatare:

In questo momento c’è tristezza.

Questo atto semplice è già un gesto di presenza e dignità verso te stesso.

2) Legittimare: “Ho il diritto di esserlo”

Molti soffrono più per la colpa di essere tristi che per la tristezza stessa.
Accettare significa smettere di giudicare l’emozione come un errore.

La tristezza spesso è una risposta sana a qualcosa di significativo: una perdita, una fine, una disillusione, un cambiamento.

3) Ascoltare: “Cosa mi sta dicendo?”

La tristezza è un linguaggio.
Chiede:

  • Cosa sto perdendo?
  • Cosa desideravo davvero?
  • Cosa mi manca?
  • Cosa conta per me?

Invece di anestetizzarla, puoi dialogare con essa (scrittura, meditazione, terapia, silenzio).

4) Stare: “Posso restare con questo sentimento”

Questo è il passaggio più difficile: non fuggire subito (con distrazioni compulsive, lavoro eccessivo, stimoli continui).
Imparare a stare con la tristezza senza esserne travolti crea una profonda forza interiore.

È come sedersi accanto a un ospite scomodo senza cacciarlo.

5) Integrare: “La tristezza fa parte di me, non è tutta me”

Qui avviene la trasformazione: la tristezza non è più un nemico, ma una parte dell’esperienza umana.
Non definisce l’identità, ma la arricchisce di profondità.

Si impara a dire:

Sono triste, e allo stesso tempo continuo a essere molto altro.

6) Trasformare: “Cosa nasce da questa tristezza?”

Quando è accolta, la tristezza può generare:

  • maturità emotiva
  • compassione
  • cambiamenti di vita
  • creatività
  • spiritualità
  • scelte più autentiche

Dr Marina Ugolini

 

Se pensi di aver bisogno di un consulto psicologico e di iniziare una psicoterapia online, puoi fissare un appuntamento scrivendo a info@marinaugolini.it

Assertività

L'assertività è la capacità di esprimere i propri pensieri, sentimenti, bisogni e diritti in modo chiaro, diretto e rispettoso, senza prevaricare gli altri né farsi prevaricare. Si posiziona come un equilibrio tra la passività, dove si rinuncia ai propri bisogni per accontentare gli altri, e l'aggressività, dove si impongono i propri bisogni senza considerare quelli altrui. Assertività è uno stile comunicativo che permette di esprimere i propri pensieri, emozioni, bisogni e diritti, senza calpestare quelli degli altri. L’assertività è insomma la capacità di affermare sé stessi nel rispetto degli altri.

Caratteristiche dell'assertività

Una persona assertiva è generalmente caratterizzata da:

  • Consapevolezza di sé: Conosce i propri diritti, valori e limiti.
  • Espressione autentica: Si sente libera di esprimere le proprie emozioni, opinioni e desideri in modo onesto e trasparente.
  • Rispetto per gli altri: Riconosce e rispetta i diritti e i bisogni degli altri, anche quando non li condivide.
  • Comunicazione efficace: Utilizza un linguaggio verbale e non verbale coerente (contatto visivo, postura aperta, tono di voce calmo ma fermo).
  • Capacità di dire "no": Sa rifiutare richieste che non può o non vuole soddisfare, senza sentirsi in colpa.
  • Gestione del conflitto: Affronta le situazioni difficili e i disaccordi in modo costruttivo, cercando soluzioni che tengano conto di tutte le parti coinvolte.
  • Autostima: Ha una buona opinione di sé e accetta anche i propri errori.
  • Responsabilità: Si assume la responsabilità delle proprie azioni e decisioni.
  • Uso di un linguaggio "io": "Io penso che..." , "Io sento che..." anziché "Tu sbagli sempre...".

Benefici dell’assertività:

  • Migliora la comunicazione e le relazioni interpersonali.
  • Aumenta l’autostima.
  • Riduce stress, ansia e frustrazione.
  • Favorisce la risoluzione dei conflitti.

Esempi di comportamento assertivo

1. Esprimere un'opinione diversa:
Situazione: In una riunione di lavoro, il tuo collega propone un'idea con cui non sei d'accordo.

  • Comportamento passivo: Annuisci e non dici nulla, anche se non sei convinto, per evitare tensioni.
  • Comportamento aggressivo: Interrompi il collega e dici "La tua idea è sbagliata, dobbiamo fare come dico io!".
  • Comportamento assertivo: "Capisco il tuo punto di vista e ti ringrazio per la proposta. Tuttavia, credo che potremmo considerare anche quest'altra opzione perché penso che offra [spiegazione del motivo]. Cosa ne pensi?"

2. Dire di "no" a una richiesta:
Situazione: Un amico ti chiede un favore che ti metterebbe in difficoltà o per cui non hai tempo.

  • Comportamento passivo: Accetti, anche se non hai tempo o non vuoi farlo, e ti senti frustrato/a.
  • Comportamento aggressivo: "Assolutamente no! Non ho tempo per le tue cose, arrangiati!"
  • Comportamento assertivo: "Mi dispiace molto, ma al momento sono già sommerso/a di impegni e non riesco proprio ad aiutarti. Spero tu possa capire." Oppure, se possibile: "Non posso occuparmene oggi, ma se vuoi ne riparliamo domani con più calma."

3. Esprimere un disagio o una critica costruttiva:
Situazione: Un collega ti interrompe continuamente mentre parli.

  • Comportamento passivo: Lasci che ti interrompa e non dici nulla, sentendoti ignorato/a.
  • Comportamento aggressivo: "Smettila di interrompermi! Sei insopportabile!"
  • Comportamento assertivo: "Mi sento a disagio quando mi interrompi mentre parlo. Vorrei che mi lasciassi finire il mio ragionamento, così posso esprimermi al meglio."

4. Fare una richiesta:
Situazione: Hai bisogno di un'informazione o di aiuto da parte di qualcuno.

  • Comportamento passivo: Aspetti che l'altro si accorga del tuo bisogno o giri intorno alla cosa, sperando che capisca.
  • Comportamento aggressivo: "Ho bisogno che tu mi dia subito quell'informazione!"
  • Comportamento assertivo: "Mi servirebbe quell'informazione per [spiega il motivo]. Potresti darmela appena hai un attimo, per favore?"

5. Accettare un complimento:
Situazione: Qualcuno ti fa un complimento.

  • Comportamento passivo: Sminuisci il complimento ("Ma no, è solo un piccolo dettaglio").
  • Comportamento aggressivo: Pretendi ulteriori lodi o ti vanti.
  • Comportamento assertivo: "Grazie mille, mi fa molto piacere sentirlo!"

6. Dire di no
Situazione: Qualcuno ti chiede di fare qualcosa.

  • Comportamento passivo: "Ok... anche se non ho tempo, lo faccio lo stesso."
  • Comportamento aggressivo: "Non ho tempo per le tue stupidaggini!"
  • Comportamento assertivo: "Mi spiace, in questo momento non ho tempo per occuparmene."

7. Esprimere un'opinione diversa
Situazione:
Qualcuno la pensa in modo diverso.

  • Comportamento passivo: "Hai ragione tu... come sempre."
  • Comportamento aggressivo: "Ma sei proprio ignorante!"
  • Comportamento assertivo: "Ho un punto di vista diverso, ti va se lo condivido?"

8. Chiedere qualcosa
Situazione:
Hai bisogno che un altro faccia qualcosa per te.

  • Comportamento passivo: "Scusa se disturbo... potresti... se non ti dà fastidio...?"
  • Comportamento aggressivo: "Devi farlo, punto!"
  • Comportamento assertivo: "Avrei bisogno di un favore, puoi aiutarmi se ti è possibile?"

9. Una persona è in ritardo
Situazione:
Un collega arriva in ritardo.

  • Comportamento passivo: Fai finta di niente.
  • Comportamento Aggressivo: “Sei sempre in ritardo, non rispetti mai nessuno!”
  • Comportamento Assertivo: “Quando arrivi in ritardo mi sento poco considerato. Possiamo trovare un modo per gestire meglio gli orari?”

Per esercitarti simula un confronto in situazioni simili a quelle che si presentano nella tua vita e immagina tre versioni: passiva, aggressiva, assertiva. Rifletti su come ti senti nelle tre diverse situazioni.

Riconoscere i propri diritti assertivi

·  Ho il diritto di dire "no" senza sentirmi in colpa.
Posso rifiutare richieste o proposte che non mi vanno, senza dovermi giustificare eccessivamente.

·  Ho il diritto di esprimere i miei pensieri, sentimenti e opinioni.
Anche se gli altri non sono d'accordo, ho diritto a farmi ascoltare.

·  Ho il diritto di cambiare idea.
Non sono obbligato a restare fedele a una decisione presa in passato se ora la penso diversamente.

·  Ho il diritto di commettere errori e assumermene la responsabilità.
Sbagliare è umano. Non ho bisogno di essere perfetto.

·  Ho il diritto di non sapere o di non avere una risposta pronta.
Posso prendermi tempo per riflettere prima di decidere o rispondere.

·  Ho il diritto di dire "non capisco".
Non devo fingere di sapere qualcosa per compiacere gli altri.

·  Ho il diritto di essere trattato con rispetto.
La dignità personale non è negoziabile.

·  Ho il diritto di chiedere ciò di cui ho bisogno.
Anche se la risposta può essere "no", ho diritto a fare richieste.

·  Ho il diritto di stabilire le mie priorità.
Non devo mettere sempre i bisogni degli altri davanti ai miei.

·  Ho il diritto di essere felice.
Merito di cercare la mia realizzazione personale, senza dover sempre compiacere gli altri.

In conclusione, l’assertività è la capacità di comunicare e agire in modo consapevole, esprimendo se stessi con chiarezza, rispetto e fermezza, mantenendo un equilibrio tra i propri bisogni e quelli degli altri.

Dr Marina Ugolini

Emozioni in adolescenza

Possibili paure di un adolescente nel costruire la propria identità

Costruire la propria identità è un processo complesso e spesso carico di ansie per un adolescente. Ecco alcune delle possibili paure che possono emergere in questa fase:

  • Paura di non essere accettato/a: Il desiderio di appartenenza a un gruppo e di essere accettati dai coetanei è molto forte. La paura di non conformarsi alle norme del gruppo o di non essere considerati "abbastanza" (popolari, intelligenti, alla moda, ecc.) può generare molta ansia.
  • Paura del giudizio: Gli adolescenti sono spesso molto sensibili al giudizio degli altri, sia dei coetanei che degli adulti. La paura di essere criticati per le proprie scelte, i propri gusti, il proprio aspetto o le proprie opinioni può portare a insicurezza e indecisione.
  • Paura di non sapere chi si è veramente: In questa fase di esplorazione, può esserci confusione riguardo ai propri valori, interessi, aspirazioni e alla propria identità di genere e/o orientamento sessuale. La paura di non riuscire a definirsi o di non trovare un "vero sé" può essere angosciante.
  • Paura di fare scelte sbagliate per il futuro: Le decisioni riguardanti la scuola, il percorso professionale e la vita in generale iniziano a farsi più concrete. La paura di prendere decisioni che si riveleranno errate e che comprometteranno il proprio futuro può generare stress.
  • Paura di deludere le aspettative degli altri: Gli adolescenti possono sentire la pressione di conformarsi alle aspettative dei genitori, degli insegnanti o di altri adulti significativi. La paura di non essere all'altezza di queste aspettative può portare a sensi di colpa e inadeguatezza.
  • Paura di perdere la propria individualità: Se da un lato c'è il desiderio di appartenenza, dall'altro c'è anche la paura di omologarsi troppo al gruppo e di perdere la propria unicità. Trovare un equilibrio tra l'essere parte di un gruppo e mantenere la propria individualità può essere una sfida.
  • Paura del cambiamento: La crescita e la transizione verso l'età adulta comportano molti cambiamenti fisici, emotivi e sociali. La paura dell'ignoto e di ciò che il futuro porterà con sé può essere destabilizzante.
  • Paura di non essere "normali": Gli adolescenti spesso si confrontano con i coetanei e con gli ideali proposti dai media. La paura di non rientrare in una presunta "normalità" (per quanto riguarda l'aspetto fisico, gli interessi, le esperienze, ecc.) può portare a insicurezza e bassa autostima.
  • Paura di non essere capiti: Sentirsi incompresi dai genitori, dagli amici o dagli adulti in generale può essere frustrante e isolante durante un periodo in cui si cerca di definire la propria identità.
  • Paura di non riuscire a diventare adulti "di successo": La società spesso pone l'accento sul successo professionale ed economico. Gli adolescenti possono interiorizzare questa pressione e temere di non riuscire a realizzarsi e a raggiungere i propri obiettivi.

È importante ricordare che queste paure sono comuni e fanno parte del processo di crescita. Il supporto degli adulti, la comunicazione aperta e la possibilità di esplorare diverse identità possono aiutare gli adolescenti a superare queste ansie e a costruire un'identità forte e positiva.

Paure legate a sé stessi

  • Paura di non sapere chi si è davvero
    – Confusione tra ciò che si sente dentro e ciò che ci si aspetta da fuori.
  • Paura di non essere abbastanza
    – Sentirsi inadeguati, inferiori, "sbagliati" rispetto agli altri.
  • Paura di non trovare una direzione
    – Ansia per il futuro, incertezza su interessi, passioni, scelte scolastiche o di vita.
  • Paura di cambiare troppo (o troppo poco)
    – Timore che i cambiamenti personali vengano giudicati o che non si evolva "come si dovrebbe".

Paure legate al giudizio degli altri

  • Paura di essere esclusi o non accettati
    – Forte bisogno di appartenenza, che può generare ansia sociale o conformismo.
  • Paura del rifiuto
    – Timore di non essere amati o capiti da amici, partner, genitori, insegnanti.
  • Paura di deludere le aspettative
    – Preoccupazione di non essere all'altezza delle pressioni familiari o sociali.

Paure legate alla società e all'ambiente

  • Paura di non corrispondere agli standard sociali
    – Aspetto fisico, orientamento sessuale, identità di genere, stile di vita, ecc.
  • Paura del confronto sui social media
    – Comparazioni costanti con immagini idealizzate, vite "perfette".
  • Paura di non trovare il proprio posto nel mondo
    – Sentirsi spaesati, disorientati, come se non ci fosse un ruolo adatto a sé.

Paure legate alla costruzione di un’identità autentica

  • Paura di mostrarsi vulnerabili
    – Tendenza a nascondere parti di sé per evitare giudizi o ferite.
  • Paura di uscire dagli schemi familiari/culturali
    – Conflitto tra il bisogno di autonomia e la lealtà verso la famiglia o il contesto d’origine.
  • Paura di prendere decisioni “irreversibili”
    – Come scegliere un percorso di studi, dichiarare un orientamento, cambiare gruppo di amici.

Possibili emozioni di rabbia in un adolescente nel costruire la propria identità

Durante il complesso processo di costruzione della propria identità, un adolescente può sperimentare diverse sfumature di rabbia. Queste emozioni possono derivare da una varietà di frustrazioni e conflitti interni ed esterni. Ecco alcune possibili emozioni di rabbia che un adolescente potrebbe provare:

  • Frustrazione: Quando i tentativi di esprimere la propria individualità vengono ostacolati o non compresi dagli altri (genitori, coetanei, insegnanti). Ad esempio, sentirsi dire cosa indossare, quali amici frequentare o quali interessi seguire.
  • Risentimento: Se percepisce di non essere preso sul serio, che le sue opinioni non contano o che i suoi sentimenti vengono sminuiti. Questo può accadere quando le sue idee vengono liquidate come "cose da ragazzi" o "fasi".
  • Indignazione: Di fronte a ingiustizie, discriminazioni o prese in giro rivolte a sé stesso o ad altri, soprattutto se riguardano aspetti centrali della sua nascente identità (orientamento sessuale, identità di genere, etnia, ecc.).
  • Irritazione: Per le continue pressioni a conformarsi a determinate aspettative o ruoli che non sente propri. Ad esempio, dover essere "il bravo ragazzo" o "la ragazza studiosa" quando sente di essere più complesso.
  • Rabbia difensiva: Come reazione a critiche o giudizi percepiti come attacchi alla propria identità in costruzione. Questa rabbia può manifestarsi con aggressività verbale o chiusura.
  • Rabbia per l'incomprensione: Quando si sforza di comunicare chi è o cosa prova e si sente frainteso o ignorato dagli adulti o dai coetanei.
  • Rabbia verso sé stesso: Se percepisce di non essere all'altezza delle proprie aspettative o di quelle degli altri nel definire la propria identità. Può sentirsi frustrato per la propria indecisione o confusione.
  • Esasperazione: Di fronte alla lentezza del processo di scoperta di sé o alla confusione che ne deriva. Può sentirsi impaziente di "trovarsi" e frustrato dalla mancanza di risposte immediate.
  • Rabbia per la perdita di controllo: Sentire che le decisioni importanti riguardanti la propria vita vengono prese da altri, limitando la sua autonomia nel definire la propria identità.
  • Rabbia mascherata: A volte la rabbia può essere espressa indirettamente attraverso il sarcasmo, l'isolamento, la procrastinazione o altri comportamenti passivo-aggressivi, soprattutto se l'adolescente non si sente sicuro di esprimere apertamente la propria frustrazione.

È fondamentale che gli adulti di riferimento siano consapevoli di queste possibili emozioni e creino un ambiente di ascolto e comprensione, in cui l'adolescente si senta libero di esprimere le proprie frustrazioni senza timore di giudizio. Aiutare l'adolescente a riconoscere e gestire queste emozioni in modo costruttivo è parte integrante del supporto al suo percorso di crescita identitaria.

Rabbia verso la famiglia

  • Quando i genitori non rispettano la sua autonomia
    – Eccessivo controllo, mancanza di fiducia, regole imposte senza dialogo.
  • Quando si sente giudicato o non accettato per ciò che è
    – Scelte personali, stile, orientamento sessuale, idee diverse da quelle della famiglia.
  • Quando percepisce incoerenze o ipocrisie negli adulti
    – Genitori che predicano bene ma razzolano male.
  • Quando non si sente ascoltato
    – Rabbia per il senso di invisibilità o trascuratezza emotiva.

Rabbia verso sé stesso

  • Quando si sente confuso e impotente
    – Frustrazione per non riuscire a capire cosa vuole o chi è davvero.
  • Quando non riesce a soddisfare le proprie aspettative
    – Rabbia per un fallimento scolastico, sociale, relazionale.
  • Quando si paragona agli altri e si sente inferiore
    – Conflitto interiore che può trasformarsi in auto-rabbia o rabbia rivolta all’esterno.

Rabbia verso i coetanei o il gruppo sociale

  • Quando viene escluso, bullizzato o deriso
    – Ferite al senso di appartenenza e dignità.
  • Quando si sente sotto pressione per conformarsi
    – Rabbia per dover rinunciare a sé stesso per essere accettato.
  • Quando i rapporti d’amicizia o amore sono instabili o deludenti
    – Forti reazioni emotive in caso di tradimenti, litigi, incomprensioni.

Rabbia verso il sistema (scuola, società, mondo adulto)

  • Quando si sente incastrato in un sistema scolastico opprimente
    – Valutazioni, rigidità, mancanza di spazi per esprimersi davvero.
  • Quando percepisce ingiustizie o discriminazioni
    – Per identità di genere, cultura, etnia, classe sociale.
  • Quando si confronta con un futuro percepito come incerto o ingiusto
    – Rabbia per il mondo che lo aspetta e le difficoltà da affrontare.

Rabbia repressa o esplosiva

  • Quando non trova canali sani per esprimersi
    – La rabbia può trasformarsi in chiusura, apatia, comportamenti autodistruttivi o aggressivi.

Possibili emozioni di tristezza in un adolescente nel costruire la propria identità

Durante il percorso di costruzione della propria identità, un adolescente può sperimentare diverse forme di tristezza, spesso legate alle sfide e alle incertezze di questa fase. Ecco alcune possibili emozioni di tristezza che potrebbero emergere:

  • Solitudine: Sentirsi isolato o non compreso dai coetanei o dagli adulti nel proprio percorso di scoperta di sé. Potrebbe percepire che nessuno capisce veramente cosa sta passando o le domande che si pone.
  • Esclusione: Sperimentare il rifiuto o l'esclusione da parte di gruppi sociali a cui desidererebbe appartenere, magari perché non si sente ancora pienamente "in linea" con le loro norme o aspettative.
  • Delusione: Quando le aspettative idealizzate sulla propria identità o sul proprio futuro non si realizzano. Ad esempio, scoprire di non avere un talento particolare che sperava di possedere o rendersi conto che un'aspirazione non è realizzabile.
  • Senso di perdita: Potrebbe provare tristezza nel "lasciare andare" aspetti della propria infanzia o vecchie identificazioni che non sente più adatte alla persona che sta diventando.
  • Inadeguatezza: Sentirsi non "abbastanza" (intelligente, popolare, attraente, ecc.) rispetto ai modelli idealizzati o ai coetanei, percependo un divario tra chi si sente di essere e chi vorrebbe essere.
  • Confusione e smarrimento: La difficoltà nel definire la propria identità può portare a un senso di vuoto o di non sapere chi si è veramente, generando tristezza e incertezza sul proprio posto nel mondo.
  • Frustrazione: La lentezza e la complessità del processo di costruzione identitaria possono essere fonte di frustrazione che, a sua volta, può sfociare in tristezza e demoralizzazione.
  • Senso di fallimento: Se percepisce di non riuscire a "trovare la propria strada" o a conformarsi alle aspettative degli altri (genitori, insegnanti), può provare un senso di fallimento personale che porta a tristezza.
  • Nostalgia: Potrebbe provare nostalgia per un periodo percepito come più semplice e spensierato, prima delle domande esistenziali e delle pressioni legate alla costruzione dell'identità.
  • Tristezza reattiva: In risposta a eventi specifici che colpiscono la sua nascente identità, come critiche sul suo aspetto, sui suoi interessi o sulle sue scelte.
  • Preoccupazione per il futuro: L'ansia riguardo al proprio futuro e alla difficoltà di immaginarsi come adulto realizzato può generare tristezza e pessimismo.
  • Senso di non appartenenza: Non sentirsi pienamente parte di nessun gruppo o contesto può portare a un profondo senso di tristezza e alienazione.

È importante che gli adolescenti abbiano spazi sicuri per esprimere queste emozioni e che ricevano supporto e comprensione da parte degli adulti. Riconoscere e validare la loro tristezza è un passo fondamentale per aiutarli a navigare questo periodo delicato e a costruire un'identità positiva e resiliente.

Tristezza legata alle relazioni personali

  • Quando si sente escluso o rifiutato dal gruppo dei pari
    – Sentirsi soli, invisibili o non abbastanza per essere accettati.
  • Quando finisce un’amicizia importante o una relazione sentimentale
    – Dolore per la perdita di un legame che dava senso e sicurezza.
  • Quando si sente diverso dagli altri e non capito
    – Tristezza per non trovare qualcuno con cui condividere davvero chi si è.

Tristezza legata alla percezione di sé

  • Quando non riesce a riconoscersi o a capire chi è
    – Sensazione di smarrimento, mancanza di direzione, identità “sfocata”.
  • Quando non si piace fisicamente o non accetta parti di sé
    – Dolore legato all’immagine corporea, confronti sociali o pressioni estetiche.
  • Quando non si sente abbastanza
    – Tristezza per la percezione di fallimento personale, scolastico, relazionale.

Tristezza legata al rapporto con la famiglia

  • Quando non si sente ascoltato o accettato dai genitori
    – Mancanza di dialogo, incomprensioni, aspettative troppo alte.
  • Quando vive un conflitto tra ciò che sente e ciò che la famiglia vuole
    – Difficoltà a far emergere la propria voce senza sentirsi in colpa.
  • Quando si sente trascurato emotivamente o affettivamente
    – Assenza di sostegno o di empatia da parte delle figure adulte.

Tristezza legata al mondo esterno e alla società

  • Quando si confronta con ingiustizie o discriminazioni
    – Per l’identità di genere, l’orientamento sessuale, la cultura, la classe sociale.
  • Quando non trova modelli positivi a cui ispirarsi
    – Sensazione di non appartenere o di non avere un posto nel mondo.
  • Quando si sente sopraffatto da pressioni e aspettative sociali
    – Dolore per non riuscire a corrispondere agli “ideali” proposti da social, scuola, famiglia.

Tristezza esistenziale

  • Quando si interroga sul senso della vita o del proprio futuro
    – Momenti di vuoto, crisi di senso, paure legate al “diventare grandi”.
  • Quando vive un cambiamento profondo e doloroso
    – Come un lutto, un trasferimento, un cambiamento scolastico o personale.
  • Quando si sente disconnesso da tutto
    – Tristezza generalizzata, difficoltà a trovare piacere o motivazione.

 

Modalità di autoregolazione emotiva

Coping

Sono modalità automatiche messe in atto per evitare la sofferenza, possono essere comportamentali o cognitive.

Coping comportamentali: abbuffarsi, fare uso di sostanze, attività fisica estrema, superlavoro, accudimento compulsivo, autosufficienza compulsiva, aggressività, isolamento, automutilazione, controllo comportamentale dell’altro.

Coping cognitivi: rimugino sul futuro, fantasticheria, intellettualizzazione, ruminazione sul passato, controllo mentale dell’altro, autocritica, confronto sociale verso il basso, essere giudicanti.

 

Mastery

Mastery significa padronanza, si riferisce allo stato mentale caratterizzato da senso di controllo, regolazione emotiva e sensazione di “avere il controllo sul proprio stato mentale”. La Mastery ci permette di affrontare le situazioni problematiche, è intenzionale e in piena consapevolezza a differenza del Coping che è automatico e identico a se stesso.

Esistono tre livelli di mastery per gestire le emozioni.

Le strategie di mastery di primo livello non richiedono riflessività.

  • Azione diretta sull’organismo per modificare lo stato problematico: farmaci, alcol, droga, attività fisica.
  • Evitamento: la persona evita attivamente e consapevolmente le situazioni che generano disagio.
  • Ricerca di connessione: la persona si rivolge ad altri per ottenere supporto e aiuto.

Le strategie di mastery di secondo livello sono orientate a ottenere una regolazione autonoma dello stato di attivazione.

  • Imporsi o inibire volontariamente un comportamento.
  • Modificare attivamente l’attenzione e la concentrazione sul problema intrapsichico o interpersonale.

Le strategie di terzo livello richiedono un elevato impegno riflessivo.

  • Conoscenza approfondita e critica del proprio stato mentale problematico e del proprio usuale funzionamento nella gestione della sofferenza.
  • Adeguata conoscenza della mente dell’altro e dei problemi interpersonali.
  • Accettazione dei propri limiti per poter influire sui propri e altrui cambiamenti.
  • Capacità di formulare previsioni sulla’effetto delle nostre azioni i su di noi e sugli altri.

Dr Marina Ugolini

Per informazioni e appuntamenti info@marinaugolini.it

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