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Autenticità

Tratto da Elogio del limite, tra accettazione e superamento.

Tempo, pazienza, sperimentazione, errori, strade intraprese e lasciate, ritorni, determinazione e battute d’arresto in una spirale dove nessun attimo è mai uguale all’altro anche nei ritorni; di tentativi, errori e riparazioni, accettazione del limite e sfide. Dove i modelli, i valori, le opinioni dell’altro sono solo un punto di partenza per trovarsi e creare un proprio mondo. Una strada a volte in salita, fatta di confronto con il dolore, la fragilità, la precarietà, la consapevolezza di non poter controllare il mondo, l’altro, le relazioni e nemmeno se stessi, di curiosità per se stessi e il mondo, fatta di accoglienza, contatto e riflessione sulle proprie emozioni, di entusiasmi, cadute e risalite.

Una strada in cui non cerchiamo di diventare quello che desideriamo a partire da modelli esterni ma che parte da ciò che già siamo in potenza, un seme di rosa non potrà mai diventare orchidea, in cui comprendere cosa non possiamo essere in base ai nostri limiti e imperfezioni, talenti e predisposizioni.

Una strada di incontri con le proprie imperfezioni, con altri che ci fanno soffrire o anche a volte gioire. Dove lo sguardo dell’altro perde rilevanza per dare spazio a un incontro più vero tra individui separati che accettano la differenza dell’altro, che non cercano conferme o identità in prestito. Dove piano piano si consolida la fiducia in se stessi, la percezione di aver intrapreso un cammino che sentiamo appartenerci. Una strada che forse non si conclude mai nel breve tempo che abbiamo a disposizione, che se percorsa ci può portare all’autenticità.

Dr Marina Ugolini

Trauma, memoria e dissociazione

Secondo Stephen Porges l’autore che ha proposto la teoria polivagale ipotizzando la presenza di un terzo sistema autonomo oltre al simpatico e al parasimpatico (ventrovagale), cioè il dosrsovagale che si attiverebbe in condizione di impotenza di fronte alla minaccia della sicurezza personale con ipoattivazione cerebrale consistente in uno stato di confusione, immobilizzazione, disconnessione dall’altro fino allo svenimento.

Per riassumere i tre sistemi associati evolutivamente a specifiche reazioni fisiologiche del sistema nervoso autonomo abbiamo:

il sistema ventrovagale è il primo sistema ad attivarsi, a mantenerlo attivo sono i segnali di sicurezza, mentre in presenza di segnali di pericolo il freno vagale si disattiva ed entra in gioco il sistema simpatico. Il ventrovagale è caratterizzato da sensazioni di sicurezza, connessione, supporto reciproco, cuore e respiro regolari, calma.

Il sistema simpatico che è quello che si attiva in presenza di segnali di pericolo, prepara il corpo a due possibili azioni, attacco o fuga, il soggetto è ipervigile, allarmato, l’attenzione è rivolta ai segnali di pericolo e tende a non rilevare segnali di sicurezza, l’altro è percepito come pericoloso. Sono presenti sensazioni di paura e rabbia (difensiva), c’è aumento della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna, inibizione delle funzioni digestive per concentrare l’attivazione sui muscoli scheletrici.

Il sistema dorsovagale, il più antico evolutivamente, si attiva quando non è possibile alcuna azione di attacco o fuga del simpatico. Non c’è altra scelta che l’immobilizzazione, la dissociazione, lo svenimento. Comporta sensazioni di ipoattivazione come intorpidimento, stanchezza estrema, senso di impotenza, rallentamento del battito cardiaco e della respirazione, riduzione della consapevolezza corporea e mentale, riduzione del tono muscolare e della pressione sanguigna con possibile svenimento.

Nerlla teoria di Porges con neurocezione si intende la capacità del sistema nervoso autonomo di valutare automaticamente e inconsciamente il livello di sicurezza o minaccia dell’ambiente. Questa valutazione determina quale dei tre sistemi verrà attivato Influenzando le nostre risposte fisiologiche e comportamentali.

Gli stimoli attivanti i tre sistemi possono essere interni al corpo, nell’ambiente, nella relazione con l’altro e sono possibili tre risposte, voglio avvicinarmi (ventrovagale), voglio allontanarmi o attaccare (simpatico), non ce la posso fare (dorsovagale).

In che modo trauma e dissociazione potrebbero intersecarsi con la teoria di Porges?

Se immaginiamo un soggetto esposto a un trauma, ad esempio un abuso in età infantile, in cui ha la percezione di assoluta impotenza, non può cioè attaccare e fuggire, si presume si possa attivare il dorsovagale. In questa condizione il sistema nervoso tende alla ipoattivazione, ed è possibile che le strategie cognitive di elaborazione dell’informazione (lobi frontali) siano parzialmente disattivati, impedendo l’elaborazione cognitiva del significato degli eventi e una loro trasformazione da semplice memoria episodica in memoria dichiarativa (senso e significato). Questo processo ipoattivante potrebbe in questo senso impedire, secondo la mia ipotesi, la registrazione in memoria degli indici ippocampali (indice delle memorie per il recupero a livello di ippocampo* verso la corteccia associativa) sia della memoria autobiografica (amnesia del trauma) e/o della memoria dichiarativa del trauma (elaborazioni cognitive dello stesso in termini di senso e significato). In caso di trauma quindi l’assenza dell’indice ippocampale potrebbe manifestarsi con amnesia del trauma o ricordo dello stesso solo in termini di sensazioni corporee e immagini (memoria autobiografica e non dichiatativa).

Nel primo caso il soggetto non ricorda di aver subito un trauma, c’è amnesia, e possono essere presenti nuclei dissociativi della coscienza che possono essere riattivati all’improvviso da trigger provenienti dal sé, dall’ambiente o dalle relazioni.

Nel secondo caso, in assenza di memoria dichiarativa e in presenza di ricordi sensoriali e per immagini registrati nell’indice e quindi recuperabili, possono presentarsi alla coscienza flashback che attivano il dorsovagale con ipoattivazione o il simpatico con iperattivazione.

Nel primo caso nel corso di un percorso psicoterapeutico il soggetto in cui sono presenti nuclei dissociativi connessi al trauma può avere la possibilità di riconnettersi con le memorie autobiografiche dissociate e avere l’opportunità di riportarle alla coscienza e di rielaborarle.

Nel secondo caso un intervento psicoterapeutico consiste principalmente nel consentire l’elaborazione emotiva e cognitiva del trauma riconnettendo la memoria dell’evento a un senso e un significato e nell’implementare il senso di agency del soggetto, cioè della sua percezione di poter agire sulla realtà e superare l’antico senso di impotenza, attivando prima il simpatico con le emozioni di paura e rabbia, l’attacco e la fuga e infine il ventrovagale attraverso tecniche esperienziali e di monitoraggio.

*L'ippocampo è una parte del cervello a forma di cavalluccio marino situata nella regione interna del lobo temporale, inserito nel sistema limbico, e svolge un ruolo importante nella formazione della memoria a lungo termine episodica e semantica, nella trasformazione della memoria a breve termine in memoria a lungo termine, nella memoria spaziale e nell'orientamento. Ha una  funzione di indice verso la corteccia associativa.

dr Marina Ugolini

Bibliografia
Sicurezza polivagale - Stephen W. Porges

 

Se pensi di aver bisogno di un consulto psicologico e di iniziare una psicoterapia online, puoi fissare un appuntamento scrivendo a info@marinaugolini.it

film

The detached - Tony Kaye 2011

Film immenso.

Fragilità, rabbia, memoria, dissociazione, impegno, genitorialità e insegnamento.

Un quadro complesso e sfaccettato della nostra realtà, dei vissuti adolescenziali, della realtà scolastica, del dramma quotidiano degli insegnanti.

Paura, coraggio, fragilità di un protagonista che si racconta attraverso i dubbi, le incertezze, il dolore.

Un film per chi vuole vedere il mondo attraverso le emozioni dei personaggi, mai piatti, resi con incommensurabile profondità.

 

The cell - Tarsem Singh 2000

Thriller investigativo visionario per l'epoca, si inoltra nell'inconscio dei protgonisti attraverso una tecnologia che permette di entrare nella mente dell'altro. Il film scruta le radici del male cogliendone l'oscurità e il dolore.

 

The Village - M. Night Shyamalan 2004

Thriller psicologico, è un film complesso con molteplici livelli di lettura in chiave sociale e individuale. Una profonda indagine sugli effetti della paura.

 

Blade Runner -  Ridley Scott 1982

Liberamente tratto dal libro di fantascienza distopica di Philippe Dick "Do Androids Dream of Electric Sheep?", propone un mondo dove l'intelligenza artificiale prende vita nei corpi dei replicanti, del tutto simili agli esseri umani e dotati di coscienza. Impossibile non vederlo.

 

Quando la notte - Cristina Comencini 2011

Film complesso che indaga il rapporto femminile con il corpo e con i figli, una donna è attraversata dalle "innominabili" emozioni della maternità: inadeguatezza, paura, rabbia, solitudine, ...

Il film è basato sull'omonimo romanzo della stessa Comencini. 

 

Fandango - Kevin Reynolds 1985

Un film sulla giovinezza e l'amicizia.

«A tutti noi per Dio! A noi, a Dom e ai privilegi della gioventù! A quello che siamo e a quello che eravamo.... E a quello che saremo.»

 

Stand by Me - Rob Reiner 1986

Tratto dal racconto The Body, contenuto nella raccolta di racconti Stagioni diverse di Stephen King.

Racconta dell'avventura di quattro ragazzini di un'epoca ormai scomparsa, si svolge infatti alla fine degli anni 50, e dei risvolti psicologici della loro crescita.

 

contatti

dr Marina Ugolini Psicologa e Psicoterapeuta Cognitivo Costruttivista
Terapia in presenza e online

Sede Legale: Via Nicola Antonio Porpora 12, 20131 Milano

Studio: Via Antonio Stradivari 7, 20131 Milano
Fermata Loreto MM Rossa e Verde

Per appuntamenti: info@marinaugolini.it

cellulare: 352 0353866

Il costo dei colloqui è:
Psicoterapia individuale in presenza € 90 colloquio di 50 minuti
Psicoterapia in presenza di coppia € 120 colloquio di 80 minuti
Psicoterapia online  € 60 colloquio individuale 50 minuti

 

 

Articoli

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La gelosia è sana?

La gelosia è una reazione emotiva complessa che nasce quando si percepisce una minaccia verso qualcosa o qualcuno che si considera importante (partner, amicizia, affetto, attenzione, ecc.). Può manifestarsi su tre livelli principali: emozioni, pensieri e comportamenti.

Emozioni

  • Ansia e paura di perdere la persona o il legame
  • Rabbia o irritazione verso la persona percepita come “rivale”
  • Tristezza, insicurezza o senso di inferiorità
  • Frustrazione e senso di ingiustizia
  • Possibile vergogna o senso di colpa

Pensieri

  • Rimuginare su possibili tradimenti o abbandoni
  • Interpretare segnali neutri come conferme della minaccia
  • Confrontarsi mentalmente con altre persone
  • Bisogno di rassicurazioni continue
  • Dubitare del valore di sé o del rapporto

Comportamenti

  • Controllare messaggi, social o spostamenti dell’altra persona
  • Fare domande ripetute per avere conferme
  • Cercare di limitare le interazioni della persona con altri
  • Attaccare o criticare il presunto rivale
  • Alternare atteggiamenti di richiesta di vicinanza e distacco
  • Mostrare disagio o chiusura emotiva

Quando può diventare problematica

La gelosia diventa disfunzionale quando porta a:

  • Controllo eccessivo
  • Aggressività o manipolazione
  • Ansia costante
  • Compromissione della fiducia nella relazione
  • Sofferenza psicologica significativa

La gelosia è sana?

La gelosia fa parte dell’amore? E’ una sua distorsione? E’ sana? E’ sintomo di qualcosa che non va nel rapporto?

Cercherò brevemente di offrire qualche spunto di riflessione relativamente a queste domande.

La gelosia fa parte dell’amore?

In una relazione presumibilmente sana c’è il rischio costante di perdere l’altro perché l’altro è libero di gestire il proprio tempo e le proprie relazioni in modo autonomo, senza doverne rendere conto al partner. Amare da questa prospettiva significa in qualche modo accettare un rischio, il rischio di investire energie, progetti, affetto su un altro individuo senza limitarne l’autonomia amando cioè  la libertà dell’altro.

Da questa prospettiva la gelosia potrebbe essere un attimo, un momento di fatica e fragilità in cui si sente forte il bisogno di sostegno dell’altro, un momento passeggero che non innesca pensieri ossessivi e paranoie, semplicemente il segnale che siamo affaticati, tristi, soli in una situazione di vita. Quando generalmente la persona non è gelosa infatti, l’emergere di questo sentimento in una relazione di coppia sana potrebbe essere l’indicatore di qualcosa che non va a livello soggettivo più che relazionale: fallimenti in ambito lavorativo o relazionale, malattia, eccessiva stanchezza, perdita di una persona cara.

Gelosia, che insinua la paura di perdere il partner, che può essere tradotta in bisogno transitorio di accudimento in cui sentiamo forte la necessità della vicinanza dell’altro, che può o meno cogliere il nostro bisogno e al quale possiamo esplicitarlo per evitare fraintendimenti. In queste situazioni il partner viene ad assumere un ruolo di sostegno e accudimento altrimenti assolto in modo prevalentemente autonomo che potrebbe determinare l’insorgere del timore di perderlo e una temporanea gelosia.

La gelosia è una distorsione dell’amore?

Essere gelosi può sorgere da segnali reali dell’altro o da paure connesse a schemi impliciti della persona che prova gelosia.

Talvolta nelle relazioni limitiamo la nostra libertà di essere e di agire in un certo modo o per accondiscendere alle richieste dell’altro o per un presunto rispetto del partner che determina aspettative di un comportamento speculare.

Quando il partner ci chiede di modificare il nostro abbigliamento, di non uscire con certe persone, di evitare il contatto fisico con l’altro, di non vedere altri in sua assenza o altre richieste simili, siamo di fronte a una forte limitazione della nostra autonomia, dell’espressione della nostra identità relazionale, vengono inibite aree di vita e un modo sano e autentico di mettersi in relazione con gli altri, la gabbia dorata.

E’ evidente che richieste di questo tipo vanno a minare la relazione di coppia nelle sue fondamenta di amore per la libertà dell’altro e si creano i presupposti per richieste reciproche, la persona che si limita, infatti, inizia ad avere una reale connessione soltanto con il partner e questi diventa essenziale al suo benessere mentale e relazionale innescando gelosia con richieste speculari di limitazione dell’autonomia dell’altro che limita, o grande sofferenza in apparenza ingiustificata con compromissione dei piani di vita e di una sana espressione della propria identità.

Alla base di tale richiesta di limitare la libertà del partner possono esserci temi di insicurezza personale, mancanza di fiducia, paura dell’abbandono, basso senso del valore personale, competitività relazionale, tendenza al controllo, manipolazione.

In altre situazioni una persona può essere guidata nel suo comportamento da regole acquisite socialmente nel corso della vita, disconnesse dal piano emotivo, che lo portano a intendere una relazione di coppia in termini di rinuncia alla propria libertà personale per un senso di rispetto nei confronti dell’altro, questa rinuncia per il meccanismo sopra descritto potrebbe generare nel soggetto gelosia verso il partner per il quale rinuncia alla propria libertà.

Un ulteriore forma di gelosia si può manifestare in alcuni casi di proiezione, in cui il soggetto desidera altre relazioni sessuali/affettive in un rapporto in crisi ma non ne è del tutto consapevole e a livello di coscienza teme che l’altro desideri altri partner, proiettando sull’altro il proprio desiderio implicito.

La gelosia come segnale

I segnali di allontanamento del partner in ambito sessuale o relazionale potrebbero far scaturire sospetti relativi alla presenza di un interesse esterno alla coppia di natura sessuale/affettiva, ma qui si parla già di una crisi avanzata della relazione, in questo caso si tratta di crisi relazionale di cui la gelosia potrebbe essere un indicatore.

Dr Marina Ugolini

Aggressività intrafamiliare

Aggressività intra-famigliare

Il conflitto interno alla famiglia genera conoscenza e consente di stabilire confini sani, attraverso l’esplicitazione di posizioni contrastanti è possibile costruire un terreno che consenta la negoziazione e la crescita dei membri della famiglia.

Quando il conflitto diventa disfunzionale?

Le possibilità sono diverse: può esserci silenzio tra partner o tra genitori e figli con isolamento e incomunicabilità, può esserci la sottomissione passiva di uno dei due partner o la condiscendenza passiva dei figli, può esserci la rabbia agita impulsivamente che si può talvolta trasformare in aggressività verbale o fisica tra genitori o tra genitori e figli o figli e genitori oppure ci sono manifestazioni internalizzanti in cui la rabbia e la tristezza connesse al conflitto si trasformano in uno o in tutti i membri della famiglia in disagio mentale: ansia. pensieri ossessivi, rimuginio, depressione, disregolazione emotiva e impulsività, disturbi alimentari che possono poi manifestarsi in comportamenti disfunzionali come abuso di sostanze, isolamento, problemi scolastici, dipendenze comportamentali e altro.

Nel conflitto disfunzionale l’ambiente familiare è litigioso o è assente la comunicazione, non c’è la possibilità di esplicitare i propri stati interni senza che si generi un’atmosfera caratterizzata da urla e allontanamenti, invalidazione, silenzio e disconnessione o violenza vera e propria.

Potrebbe essere d’aiuto un approccio al problema che tenga conto del sistema famiglia nel suo complesso senza sanzionare il soggetto portatore del disagio manifesto.

Se un figlio ha problemi scolastici è molto probabile che la relazione familiare presenti aspetti disfunzionali, così come se una madre è depressa, o il padre rabbioso per fare alcuni esempi. Non si tratta quindi di trovare un capro espiatorio cui attribuire la responsabilità dell’andamento della relazione famigliare problematica ma di prendere atto che le responsabilità sono relazionali e molto probabilmente traggono origine dalla storia di vita di ogni singolo membro della famiglia. Non si tratta di colpe dei genitori o di figli disfunzionali.

La violenza intrafamiliare può essere letta come un fenomeno relazionale legato a specifici pattern di funzionamento del sé.

La violenza non è solo un comportamento aggressivo, ma è il risultato di:

  • Difficoltà nella regolazione degli stati mentali
  • Deficit o rigidità metacognitiva
  • Schemi interpersonali disfunzionali interiorizzati
  • Vulnerabilità legate alla storia di attaccamento

La violenza può essere vista come una modalità estrema di gestire stati emotivi intollerabili o di difendere un senso fragile di identità.

Ruolo della metacognizione

Un concetto centrale è la metacognizione, cioè la capacità di:

  • Riconoscere i propri stati mentali
  • Comprendere quelli altrui
  • Riflettere su emozioni, intenzioni e significati relazionali

Nella violenza familiare spesso si osservano:

  • Scarsa consapevolezza delle proprie emozioni
  • Attribuzioni malevole rigide verso il partner o i figli
  • Difficoltà a mentalizzare l’altro come soggetto separato.

Cicli interpersonali e violenza

Si ipotizzano cicli relazionali patologici, dove:

  • La persona aggressiva può vivere minaccia di abbandono, umiliazione o perdita di controllo
  • La vittima può sviluppare strategie di sottomissione, ipervigilanza o auto-svalutazione
  • Le interazioni rinforzano il mantenimento del sistema violento.

Un percorso familiare o individuale di psicoterapia può essere utile per sciogliere il nodo.

Ogni famiglia ha una sua storia e una storia a sua volta con la famiglia di origine dove si sono appresi i modelli relazionali e le aspettative che sono impliciti e automatici. Non si tratta di comprendere di chi è la colpa ma di esplicitare i desideri sottostanti la rabbia che rende ingestibile il conflitto.

Ovviamente è sanzionabile e inaccettabile la violenza quando diventa fisica e psicologica, in questo caso sono violati i confini interpersonali e il soggetto che agisce la violenza deve essere fermato, la violenza punita e l’autore della violenza possibilmente curato.

A volte all’interno di un sistema familiare ci sono squilibri economici o affettivi che impediscono di uscire da situazioni drammatiche di violenza psicologica o fisica agite, qui è assolutamente necessario chiedere aiuto per essere assistiti in un percorso di autonomizzazione e denuncia dei fatti.

Ogni storia familiare è unica e irripetibile e va osservata con rispetto e attenzione evitando generalizzazioni e pregiudizi.

La violenza intrafamiliare è qualsiasi forma di abuso che avviene all’interno del nucleo familiare o tra persone legate da una relazione di intimità. Può essere fisica, psicologica, sessuale, economica o digitale e colpisce soprattutto donne, bambini e persone vulnerabili.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la violenza domestica è un importante problema di salute pubblica e può avere conseguenze gravi sulla salute fisica e mentale delle vittime.

Segnali comuni

  • Paura o ansia nei confronti di un familiare
  • Isolamento sociale imposto
  • Controllo delle attività, del denaro o delle relazioni
  • Minacce, insulti o aggressioni fisiche
  • Svalutazione continua della persona

Cosa fare se si subisce violenza

  • Parlare con una persona di fiducia
  • Cercare supporto psicologico o legale
  • Contattare centri antiviolenza
  • In caso di pericolo immediato, chiamare le emergenze (112)

Dr Marina Ugolini

Se pensi di aver bisogno di un consulto psicologico e di iniziare una psicoterapia, puoi fissare un appuntamento scrivendo a info@marinaugolini.it

Amore

Amore è l’indicibile, l’invisibile, coglie inaspettatamente, trascina fuori dal sé in una perdita di confini eccitante e spaventosa. Il mondo cambia, diventa più luminoso, il corpo chiama e attende, la mente è ossessionata dal pensiero dell’altro. Un fantasma? La realtà dell’altro? Un insieme forse di tutto questo. Il corpo prende vita, desidera, finalmente, in preda a un quasi delirio. Dov’è? Cosa sta facendo? Mi pensa? Mi desidera?

Poi piano piano l’altro nella quotidianità diventa reale, perde la connotazione di fantasma idealizzato, ci delude, si mostra nella sua umanità, nei suoi limiti, nelle sue imperfezioni.

La curiosità e il desiderio si placano, resta qualcosa?

Dipende.

Se quello che cerchiamo è eccitazione, novità, emozioni intense, gioco senza fine e sesso sfrenato, probabilmente ci allontaneremo delusi alla ricerca di un altro fantasma su cui investire il nostro desiderio inappagabile.

Se invece cogliamo la pace, la calma, la sicurezza, l’affetto, la differenza, l’impossibilità di comprendere, l’amore per la libertà dell’altro e lasciamo spazio alla nostra autonomia creando una distanza che consenta la libera realizzazione, scopriamo un sesso meno impetuoso talvolta, più fusionale altre volte, allora probabilmente restiamo, cogliamo l’immensità dell’amore, il sostegno reciproco, la progettualità comune. La curiosità non si spegne perché questo sentimento porta in luoghi inaspettati, fa scaturire sentimenti e gioie mai nemmeno immaginate.

Un’illusione?

Quando c’è amore c’è il rischio costante di perdersi nell’altro o di perdere l’altro di cui amiamo la libertà che nello stesso tempo temiamo, da qui possessività, conflitti, gelosia.

 

Dr Marina Ugolini

 

Amore, confini e gelosia

(Tratto da “Navigare l’invisibile” di Marina Ugolini)

Amore e confini interpersonali: il delicato equilibrio tra vicinanza e autonomia

Amare non significa annullarsi nell’altro né dissolversi in un’unità indistinta. Al contrario, uno degli aspetti più profondi e spesso meno riconosciuti dell’amore riguarda la capacità di mantenere confini interpersonali sani, un delicato equilibrio tra apertura e autonomia.

I confini sono quelle linee invisibili che definiscono ciò che ci appartiene e ciò che appartiene all’altro, ciò che siamo disposti a dare e ciò che abbiamo bisogno di ricevere, ciò che è nostro spazio interiore e ciò che è condiviso. Senza questi limiti, l’amore rischia di trasformarsi in fusione o dipendenza, perdendo la sua ricchezza e la sua autenticità.

Dal punto di vista cognitivo-costruttivista, i confini si costruiscono attraverso la negoziazione continua di significati e aspettative tra i partner, rappresentando una forma di rispetto reciproco che permette a ciascuno di mantenere la propria identità. È attraverso questi confini che l’amore può manifestarsi come uno spazio sicuro dove sentirsi liberi di essere sé stessi, con le proprie fragilità, desideri e differenze.

Imparare a riconoscere, comunicare e rispettare i propri confini è un atto di coraggio e di amore verso sé stessi e verso l’altro. Significa dire “sì” a una relazione che nutre, ma anche “no” quando qualcosa rischia di annullare la propria essenza. Significa saper chiedere spazio e tempo per la propria crescita personale, pur restando vicini emotivamente.

Quando i confini sono chiari e rispettati, l’amore diventa un terreno fertile per la crescita individuale e di coppia, capace di accogliere la diversità senza paura, di affrontare i conflitti con autenticità e di sostenere la libertà reciproca. In questo senso, i confini non sono muri, ma ponti che collegano mondi distinti, permettendo al legame di essere vivo, dinamico e vero.

Amare, quindi, è imparare a camminare su questa sottile linea che separa e unisce, un continuo esercizio di equilibrio tra vicinanza e distanza, tra dare e ricevere, tra apertura e protezione.

Gli spazi di autonomia all’interno di una relazione amorosa non sono semplicemente vuoti da riempire o momenti di distanza da sopportare, ma rappresentano autentiche possibilità di essere — di essere sé stessi, di esplorare la propria identità senza la necessità di conformarsi o annullarsi nell’altro. Sono quegli interstizi in cui si può respirare liberamente, coltivare passioni, riflettere, cadere e rialzarsi da soli.

In questo senso, l’autonomia non è una separazione dall’amore, bensì una sua manifestazione profonda: amare l’altro significa anche permettere a ciascuno di abitare i propri spazi interiori, con fiducia e rispetto. È in questi spazi che si costruisce la vera intimità, quella che non si basa sul bisogno o sulla dipendenza, ma su una scelta consapevole di stare insieme.

Questi spazi, se accolti e valorizzati, possono diventare terreno fertile per una crescita autentica della coppia. Ognuno, vivendo la propria autonomia, arricchisce il legame con nuove esperienze, consapevolezze e risorse interiori. È un movimento circolare, in cui il prendersi cura di sé si traduce in una maggiore capacità di donarsi all’altro, senza paura di perdersi.

In fondo, l’amore maturo riconosce che non si cresce insieme solo nella vicinanza costante, ma anche nel rispetto di quei momenti in cui ci si allontana per tornare, rinnovati e più completi, alla relazione. L’autonomia diventa così non una minaccia, ma una promessa: la promessa che ognuno può essere pienamente sé stesso, e che proprio da questa pienezza nasce la forza di un legame autentico.

Forse è proprio in questa tensione — tra il desiderio di unione e il bisogno di separazione — che si gioca la vera sfida e la grande ricchezza dell’amore. Non una distanza da colmare a tutti i costi, ma uno spazio da abitare con cura, attenzione e rispetto reciproco.

C’è un mistero profondo nella scelta del partner, un enigma che sfida la razionalità e si radica in territori spesso nascosti della nostra psiche. Non è solo una questione di affinità apparenti o di somiglianze superficiali, ma di una risonanza più sottile, di un incontro tra mondi interiori che si cercano e, a volte, si trovano.

La scelta dell’altro è un atto che trascende il semplice “voler bene”: è un salto nell’incognito, un’apertura alla vulnerabilità che ci mette in gioco in modi imprevedibili. Ci chiediamo spesso perché proprio quella persona, in quel momento, e la risposta si perde nel silenzio del cuore, nella complessità di emozioni che non sempre sappiamo decifrare.

Questo mistero rende l’amore una delle esperienze più profonde e poetiche dell’esistenza: una danza tra destino e libertà, tra ragione e sentimento, un viaggio in cui il significato si costruisce ogni giorno, nella complicità degli sguardi, nella pazienza dei gesti e nell’accettazione delle imperfezioni.

Il paradosso tra fusione e individualità

Nel cuore dell’amore abita un paradosso: il desiderio di unirsi completamente all’altro e, allo stesso tempo, la necessità di restare sé stessi. Due tensioni che convivono, si attraggono, si respingono, si rincorrono — e che fanno dell’amore non uno stato, ma un equilibrio dinamico, fragile, sempre in trasformazione.

Da un lato, vi è il sogno antico della fusione, del sentirsi parte di qualcosa che ci trascende, che ci completa. È la nostalgia di un’unione originaria, forse mai davvero posseduta, ma a lungo sognata. Questo desiderio ci muove, ci rende aperti, permeabili, ci spinge a condividere, a cercare intimità, ad abbandonarci.

Dall’altro lato, c’è la voce della nostra individualità, della nostra irriducibile differenza. Anche nell’amore più profondo, restiamo altro rispetto all’altro. Abbiamo pensieri che non diciamo, desideri che non coincidono, solitudini che l’intimità non cancella. Eppure è proprio questa distanza che permette l’incontro. Se non fossimo separati, non potremmo mai davvero amarci: saremmo solo uno specchio di noi stessi.

L’amore autentico non nega questa tensione, ma la abita. Non cerca di annullare le differenze, ma di danzare con esse. Non pretende la simbiosi, ma la presenza. È uno stare insieme che non chiede all’altro di diventare ciò che vogliamo, ma che accoglie ciò che è, anche quando non lo comprendiamo pienamente.

Forse, il vero amore è quello che sa restare in equilibrio su questa sottile linea tra l’uno e il due, tra il desiderio di fonderci e la dignità di restare interi. Non è un amore che si possiede, ma uno che si custodisce. E che, proprio nella sua imperfezione, ci insegna a vivere con profondità e grazia.

Gelosia: il volto inquieto dell’attaccamento

La gelosia è forse una delle emozioni più umane, più pungenti, più difficili da confessare. Come una corrente sotterranea, può restare silente a lungo, salvo poi irrompere, con la forza di un’onda antica, e scuotere le certezze su cui credevamo di poggiare.

Non è solo sospetto, né solo paura. È una miscela inquieta di desiderio e timore, di bisogno e minaccia. Un movimento dell’anima che ci espone alla possibilità di perdere ciò che amiamo e, insieme, alla vertigine di scoprirci vulnerabili, forse inadeguati, forse rimpiazzabili.

In un mondo che esalta la sicurezza e il controllo, la gelosia ci ricorda che l’amore non è mai garantito. Che l’altro, per quanto vicino, resta sempre libero. E che ogni legame, per quanto profondo, contiene in sé l’ombra della perdita. La gelosia abita questo spazio fragile tra la certezza e l’incertezza, tra la fiducia e il bisogno di conferma, tra l’amore e il timore di non esserne degni.

Questo capitolo non cercherà di addomesticare la gelosia né di condannarla, ma di ascoltarla. Di esplorarne le radici nella storia personale e relazionale, di coglierne le funzioni evolutive, le illusioni che genera, le ferite che riapre. Perché forse, se accolta e compresa, questa emozione così faticosa può diventare occasione di crescita, di consapevolezza, e persino — paradossalmente — di intimità.

La natura relazionale della gelosia

La gelosia non nasce nel vuoto. È un’emozione che prende forma all’interno di una relazione reale o immaginata, e si nutre della percezione di un legame minacciato. Non si tratta solo di un sentimento individuale, ma di un’esperienza profondamente relazionale, che si attiva quando ciò a cui teniamo — una persona, uno sguardo, una promessa — sembra essere rivolto altrove.

La gelosia, in questo senso, è una reazione a un cambiamento nell’equilibrio affettivo. Non necessariamente a un tradimento, ma anche a uno spostamento sottile: un’intesa che si incrina, un’attenzione che si sposta, una distanza che cresce. È come se il corpo affettivo della relazione venisse improvvisamente percepito come vulnerabile, esposto alla possibilità di una frattura. La gelosia affiora da lì: da quella crepa nel senso di sicurezza, da quella fessura tra il “noi” e l’altro che forse sta diventando “altro da noi”.

Non è solo l’oggetto della gelosia a ferire, ma il significato che attribuiamo a quel gesto, a quello sguardo, a quella distrazione. Perché in fondo, quando siamo gelosi, ciò che temiamo davvero non è solo la perdita dell’altro, ma il sentirci non più scelti, non più sufficienti, non più “il centro” di un mondo che avevamo creduto condiviso.

Allora la gelosia può diventare uno specchio crudele ma rivelatore. Mostra le nostre fragilità, le nostre insicurezze, i nostri desideri profondi di appartenenza. Ci riporta, spesso senza chiedere il permesso, alla nostra storia affettiva: a come siamo stati visti, tenuti, rassicurati o abbandonati. E forse, proprio in questo sguardo riflesso, possiamo iniziare a comprendere che la gelosia parla meno dell’altro e più di noi. Di ciò che temiamo di perdere e, ancora più sottilmente, di ciò che temiamo di non valere.

Gelosia e paura dell’abbandono

Ogni gelosia contiene, più o meno silenziosamente, una paura primaria: quella dell’abbandono. Non è solo il timore che l’altro se ne vada, ma che, andandosene, confermi qualcosa che già si agita dentro di noi — l’idea di non essere abbastanza, di non meritare l’amore, di essere sostituibili. È un vuoto antico, a volte non ancora nominato, che la gelosia riaccende come un richiamo.

La paura dell’abbandono è una ferita relazionale originaria. Nasce nei primissimi legami, quando il bisogno di essere visti, accolti, contenuti, non trova risposte costanti o sintoniche. È in quelle prime esperienze che si costruisce — o vacilla — il senso di fiducia nella disponibilità emotiva dell’altro. Se in passato quella disponibilità è venuta meno, anche solo per brevi attimi vissuti come eterni, allora la gelosia, in età adulta, si fa sentinella: sempre vigile, sempre allerta. Scruta ogni distanza come potenziale minaccia, ogni silenzio come indizio.

In questa luce, la gelosia non è un’emozione da reprimere, ma da ascoltare con attenzione e delicatezza. Perché dietro la sua irruenza, dietro la rabbia o il controllo che spesso l’accompagnano, si nasconde una richiesta di rassicurazione. Una voce che chiede: “Resterai con me anche se scopri chi sono davvero? Anche se non sono perfetto, brillante, speciale?”

È un interrogativo che tocca la parte più nuda della nostra umanità. La gelosia, allora, può essere un’occasione — non facile, non comoda — per entrare in contatto con questa parte vulnerabile. Non per compiacerla né per giudicarla, ma per riconoscerla. Perché forse, quando riusciamo a vedere le nostre paure senza farcene travolgere, quando impariamo a reggere il vuoto senza scappare, allora anche la gelosia smette di essere un nemico e diventa un messaggero.

Non ci avvisa solo che stiamo per perdere qualcosa. Ci ricorda che desideriamo essere amati. E che quel desiderio, se accolto con onestà, può diventare una via — fragile, imperfetta, ma profondamente umana — verso la costruzione di un legame più autentico.

Gelosia, controllo e illusione del possesso

Quando la gelosia si fa più intensa, spesso si trasforma in controllo. È come se il bisogno disperato di contenere l’insicurezza interna si riversasse all’esterno, nel tentativo di monitorare, prevenire, anticipare ogni possibile rischio. Il controllo diventa così un gesto protettivo e difensivo, una barriera illusoria contro il dolore del sentirsi vulnerabili. Ma, come ogni corazza, finisce per irrigidire, chiudere, separare.

Il controllo si esprime nei piccoli gesti quotidiani: domande apparentemente innocue che cercano conferme, sguardi

attenti a ogni variazione di tono, bisogno costante di rassicurazioni. A volte si fa più invasivo: leggere un messaggio, interpretare un like, dubitare di un ritardo. Non perché manchi la fiducia nell’altro, ma perché manca, più profondamente, la fiducia in sé. Non è la realtà che si vuole dominare, ma l’angoscia che abita dentro.

In questo meccanismo, la relazione rischia di trasformarsi in un campo minato: ogni gesto dell’altro è potenzialmente pericoloso, ogni libertà vissuta come minaccia. E così, senza accorgercene, ciò che cerchiamo di proteggere — l’amore, la connessione, la vicinanza — inizia a sfuggirci. Perché l’altro non può essere davvero amato se non è anche lasciato libero.

Il controllo, nella gelosia, è figlio di un’illusione antica: quella di poter possedere l’altro. Ma nessun essere umano è un oggetto da trattenere. L’amore, se è tale, non può essere una prigione. È un luogo in cui si sceglie di restare, ogni giorno, non perché obbligati, ma perché chiamati. E in questo sta il suo rischio, ma anche la sua bellezza.

Rinunciare al controllo non significa smettere di amare, ma iniziare ad amare diversamente. Con meno paura e più fiducia. Con meno pretesa e più ascolto. Con la consapevolezza che l’altro non ci appartiene, ma ci accompagna. E che l’amore, nella sua forma più matura, non chiede garanzie, ma presenza.

Gelosia e narrazione di sé

La gelosia non è solo una reazione all’altro, ma una lente che rifrange la nostra storia. Non parla solo di ciò che

accade fuori, ma del modo in cui interpretiamo noi stessi nelle relazioni. In ogni episodio di gelosia, in ogni sospetto o smarrimento, si attiva — spesso in modo invisibile — una narrazione profonda: chi sono io quando non mi sento scelto? Cosa significa per me essere “messo da parte”? Dove ho imparato a misurare il mio valore nell’intensità dello sguardo altrui?

La gelosia è una scrittura emotiva che, come ogni narrazione, ha radici antiche. Non nasce nel momento presente, ma attinge a copioni affettivi preesistenti, ai primi modelli di attaccamento, ai ruoli che abbiamo appreso per sentirci degni di amore. C’è chi ha imparato che l’amore va conquistato lottando, chi che può essere sottratto da un momento all’altro, chi ancora che bisogna essere sempre all’altezza, sempre indispensabili, per non essere dimenticati. In questi copioni silenziosi, la gelosia trova terreno fertile.

Nel vissuto geloso, il rischio non è solo quello di perdere l’altro, ma di perdere il senso di sé. Di non sapere più chi si è, se non nello sguardo dell’altro. È in questo smarrimento che la gelosia si intensifica: quando l’identità si intreccia così fortemente con la relazione da non riuscire più a distinguere dove finisco io e dove comincia l’altro. In quei momenti, il dolore del possibile abbandono si confonde con la vertigine di un’identità che vacilla.

Ma è proprio qui che può nascere un movimento trasformativo: utilizzare la gelosia non come prova d’amore né come colpa, ma come strumento di conoscenza. Fermarsi, ascoltarla, chiederle: “Che storia mi stai raccontando su di me?” È in quella domanda che può aprirsi

uno spazio nuovo, dove il legame con l’altro non serva più a colmare un vuoto, ma a riflettere, nutrire, espandere chi siamo.

La gelosia, allora, da nemica minacciosa, può diventare una soglia. Una porta aperta verso una narrazione più ampia, più vera, dove non si è più solo “quelli che temono di perdere”, ma anche “quelli che stanno imparando a restare”. A restare in sé, per poi — forse — incontrare davvero l’altro.

Dalla gelosia alla cura del legame

La gelosia, quando non ci travolge o ci incatena, può diventare un invito prezioso: a prenderci cura del legame. Non nella forma del controllo, né nella corsa a eliminare ogni dubbio, ma nella pratica più sottile e complessa dell’intimità emotiva. Non sempre è l’amore a mancare, ma la possibilità di raccontarsi davvero, di mostrarsi nelle proprie ferite senza la paura di essere giudicati, di condividere ciò che fa male senza trasformarlo in accusa.

Prendersi cura del legame significa accettare che non possiamo proteggerlo da ogni rischio, ma possiamo abitarlo con consapevolezza. Significa anche imparare a distinguere tra ciò che appartiene alla storia comune e ciò che nasce dalle pieghe più profonde della propria interiorità. La gelosia, in questa prospettiva, smette di essere una vergogna da nascondere o una prova d’amore da offrire, e diventa una traccia da decifrare, un’emozione da onorare per ciò che rivela.

A volte, ciò che serve non è l’eliminazione del sintomo, ma l’ascolto delle sue ragioni. Lavorare sulla gelosia, in un percorso terapeutico o dentro una relazione consapevole, significa anche riaprire un dialogo con sé: con il proprio desiderio di essere visti, con la paura del vuoto, con le immagini interiori che si agitano quando l’altro non è più disponibile o prevedibile. Significa imparare a reggere l’incertezza senza aggrapparsi, a fidarsi senza pretendere, ad amare senza perdersi.

Forse non si tratta, alla fine, di vincere la gelosia, ma di trasformarla. Di accompagnarla là dove può parlare con più verità: dentro la nostra storia affettiva, nel corpo che ricorda, nelle parole non dette, nei legami che ancora oggi ci abitano. E da lì, lentamente, coltivare una nuova possibilità: quella di amare non per necessità, ma per scelta. Non per paura di perdere, ma per il desiderio profondo di costruire — insieme — uno spazio di reciproca libertà e vicinanza.

dr Marina Ugolini

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Invidia: il desiderio inquieto dell’altro

Tratto dall’e-book gratuito da Navigare l’invisibile – Emozioni e autoregolazione

L’invidia è quell’emozione scomoda e spesso nascosta che ci sorprende quando osserviamo negli altri ciò che ci manca o ciò che vorremmo avere. Non è semplice gelosia; l’invidia porta con sé un senso di privazione, di mancata soddisfazione che si riflette come un confronto doloroso con l’altro, percepito come “più fortunato”, “più capace”, “più amato”.

Dal punto di vista cognitivo-costruttivista, l’invidia si forma attraverso le rappresentazioni interne di sé in rapporto al mondo sociale e relazionale, evidenziando un divario tra il sé reale e il sé ideale o desiderato. Questo divario può generare un malessere profondo, ma anche un’opportunità di riflessione sulla propria identità e sui propri bisogni.

L’invidia, se riconosciuta e compresa, può diventare uno stimolo a sviluppare nuovi desideri autentici, a riconoscere le proprie risorse e a ridefinire ciò che per noi ha valore. Al contrario, ignorata o negata, rischia di alimentare risentimento, isolamento e conflitti interiori.

In questo senso, il lavoro terapeutico e di crescita personale si concentra sul trasformare l’invidia in uno strumento di consapevolezza, aiutando a esplorare cosa davvero desideriamo e come possiamo avvicinarci a quei desideri senza perderci nel confronto distruttivo con gli altri.

Ed è proprio qui che l’invidia rivela un suo potenziale insospettato: può diventare una preziosa bussola per scoprire i propri valori autentici. Quando proviamo invidia per qualcosa che un altro possiede o rappresenta, siamo messi di fronte a ciò che veramente desideriamo e riteniamo importante nella nostra vita. L’invidia, quindi, smette di essere solo una fonte di frustrazione e si trasforma in un invito a indagare più a fondo: quali aspetti della vita dell’altro suscitano questo sentimento? Quali valori, ambizioni o bisogni emergono da questo confronto?

In questo processo, l’invidia può diventare uno strumento di consapevolezza e crescita personale, aiutandoci a chiarire cosa vogliamo davvero e a riconoscere le nostre aspirazioni più genuine. Lavorare su questa emozione significa imparare a guardare dentro di sé con onestà, a distinguere tra desideri autentici e imitazioni indotte da pressioni esterne, e a orientare le proprie scelte in modo più congruente con chi siamo realmente.

Naturalmente, questo percorso richiede una certa dose di coraggio e apertura: l’invidia non è sempre facile da ammettere né da accogliere. Ma trasformandola in uno strumento di riflessione, possiamo ridurre il suo potere distruttivo e trasformarla in una forza motivante per costruire una vita che rispecchi davvero i nostri valori.

L’invidia non si limita a mettere in luce i nostri desideri più profondi, ma ci pone anche di fronte a una realtà spesso difficile da accettare: i nostri limiti. Questi limiti possono riguardare capacità, opportunità, contesti di vita o risorse emotive e materiali. Accettare i propri limiti non significa rassegnarsi o abbandonare i propri sogni, ma piuttosto riconoscere con onestà e gentilezza ciò che è dentro la nostra portata e ciò che, al momento, ci sfugge.

Spesso, l’invidia nasce quando il confronto con l’altro mette in evidenza un divario troppo grande tra ciò che vorremmo essere o avere e ciò che percepiamo di poter raggiungere. In questi momenti, la difficoltà non è solo il desiderio insoddisfatto, ma la frustrazione derivante dal sentirsi “meno” o “insufficienti”. La sfida, allora, diventa quella di integrare questa consapevolezza con un’accettazione matura e non giudicante di sé.

L’accettazione dei propri limiti è una pratica di equilibrio: non si tratta di rinunciare ai sogni o di cedere alla passività, ma di riconoscere che ogni percorso ha tempi, modi e confini che possono variare nel tempo. In questo senso, accettare i limiti permette di ridurre la tensione e il senso di frustrazione legati all’invidia, trasformandoli in motivazioni realistiche e sostenibili.

Quando riusciamo a osservare i nostri limiti senza colpa o vergogna, si apre uno spazio di autenticità e di libertà interiore. Non siamo più schiavi del confronto con gli altri, ma protagonisti del nostro cammino, capaci di valorizzare ciò che possiamo fare e di progettare obiettivi coerenti con la nostra realtà.

In definitiva, l’invidia ci invita a una doppia strada: da una parte a scoprire ciò che desideriamo davvero, dall’altra a imparare ad accogliere chi siamo, con i nostri limiti e le nostre potenzialità, in un equilibrio dinamico che nutre la crescita senza autodistruzione.

 

dr Marina Ugolini